lunedì 20 febbraio 2017

"It's better to burn out than to fade away": Kurt Cobain e le storie che vanno come devono andare

"It's better to burn out than to fade away" lo trovavi scritto nei cessi e nei diari, sui muri degli oratori e sugli Invicta mezzi mangiati dal cane. Una tragedia generazionale per una generazione che non aveva altre tragedie perché le guerre erano di nicchia pure se vicine, perché di eroi ce n'erano pochi, perché l'epoca degli anni '80 spensierati era finita, perché Freddie Mercury era già morto e c'era un vuoto da colmare, in quel decennio fatto di culi sodissimi e sani, di aerobica e macrobiotico, di AIDS e eroina a pioggia.
In quel vuoto, in quello spazio, s'era seduto Kurt Cobain, non si capisce ancora quanto inconsapevolmente e quanto furbescamente, pronto o costretto a raccogliere l'eredità di "simbolo di qualcosa" nel decennio dell'iconoclastia pura.
Tutta l'aura romantica che circonda Kurt Cobain, il continuo definirlo "angelo" come se fosse un complimento, l'appioppargli un vergineo candore che lo mostra più come un idiota vero che un ingenuo alla principe Myškin, imperversa da ben prima dell'8 aprile 1994.

"I hate myself and I want to die" era il titolo provvisorio di In Utero, uscito una manciata di mesi prima che lo ritrovassero con la testa maciullata e nessuno si stupì per quella testa bucata da una fucilata. Sembrava il normale e ovvio epilogo di una storia che aveva seguito tutto quello che il termine più amato dell'epoca racchiude: alienazione. Così si diceva di Cobain, "alienato", figlio di genitori divorziati, marito della seconda vedova più odiata nella storia della musica, colei che fu "rifiutata dal Mickey Mouse Club e ex spogliarellista al Jumbo's Clown Room", tanto per seguire l'indicazione biografica della diretta interessata, padre di una venticinquenne in lotta perenne con lo shampoo e che ha già fatto visita svariate volte a un chirurgo plastico. E che candidamente dice "non mi piacciono i Nirvana".

Che brutta fine, Kurt Cobain, nel giorno del suo mai festeggiato cinquantesimo compleanno in cui viene tirato per la giacchetta di flanella da tutti, perché il vuoto permane, e meglio un morto del Club 27 che un vivo da classifica. Non mi sento di biasimare nessuno. In questo processo continuo all'animo candido del suicida, questo Werther che s'ammazza per protesta perché il mondo del music business è sporco e cattivo e lascia un'epistola dolorante e dolorosa pure lui, s'inserisce la versione "lo ha fatto ammazzare Courtney Love" e nella schizofrenia del trono vuoto da occupare entrambe le teorie sono valide, convivono, vengono espresse dalla medesima persona senza un dubbio, uno sguardo furtivo alla coerenza.

Ha inventato un genere o forse no, era un ragazzo disturbato o forse no, era troppo puro o forse no, era un gran paraculo o forse no, era drogato questo sì e forse 10 anni di eroina l'equilibrio un po' l'erodono. Ma non faccio il medico e non lo so, so che forse dopo 23 anni dalla morte possiamo pacificamente affermare che se vuoi fare musica senza farti conoscere in giro per il globo, puoi continuare con la Sub Pop e non firmare con la Geffen.  La sua, quella di Cobain, è stata essenzialmente una storia sfigata, che doveva necessariamente finire com'è finita, era quello il lieto fine.

Riempire il vuoto, far accomodare un re, avere un'icona per battere l'iconoclastia, avere un santino nel portafogli, morto per mano sua o meno, serviva più da morto che da vivo e onestamente fatico a vederlo farsi un selfie con sua moglie e Taylor Swift quindi quasi quasi che culo che ha avuto. O magari no, sarebbe stato contento di farsi un selfie con Taylor Swift. Perché fondamentalmente Kurt Cobain non era stupido e come tutti sapeva mentire e se ti mettono addosso il mantello da super eroe un bel giorno apri la finestra e provi a volare. Poi ti raccolgono col cucchiaino.

Questo incessante scavare nella vita dell'Artista è un processo che ho sempre trovato ridicolo perché John Lennon diceva a Paul McCartney "ci mettiamo giù a scrivere i soldi per una nuova piscina?" e mica valgono meno, Hey Jude e Revolution. E quindi se Cobain fosse stato uno stronzo bugiardo, una maschera, una rappresentazione di quello che serviva, il culo giusto da mettere sul trono vuoto, ammazzato da una dipendenza o una moglie tradotti in fucilata, cosa cambia? Bruciamo i Caravaggio perché era un assassino?

Ci sono storie che vanno come devono andare, quella di Cobain era la più pura rappresentazione della predestinazione, nichilisticamente cercata e a cui sarebbe comunque arrivato: "It's better to burn out than to fade away", scritto nei cessi, nei diari, negli oratori, sugli zaini. Courtney Love è stata più furba e nel '98 in "Reasons to be beautiful" diceva "It's better to rise than fade away", chiedendo perdono "per tutto il suo dolore" in Best Sunday Dress.
Ma lei non era destinata ad occupare troni vacanti e spazi vuoti.

Un compleanno numero 50 che chiude un cerchio: è andata come doveva andare, la strada per l'inferno è lastricata di belle canzoni.

mercoledì 4 gennaio 2017

Ombre di tenera furia e zapatismo letterario

Nosotros somos sombras de tierna furia, nuestro paso cubrirá otra vez el cielo.
Noi siamo ombre di tenera furia e il nostro passo coprirà il cielo, diceva il (fu) Subcomandante Insurgente Marcos  in un comunicato del 15 marzo 1994. Erano passati 74 giorni da quel levantamiento, dalla rivolta fatta di fucili di legno e la disperazione di un popolo che "nella notte lunga 500 anni" continuava a non esser visto, a non esistere.
Il passamontagna a coprire il viso, coprirsi il viso per essere visti, nati nella notte e destinati a morirci e però la luce arriverà, dice Marcos, per tutti quelli che oggi piangono di notte, per quelli cui il giorno viene negato e per i quali la morte è un regalo. La Quarta Dichiarazione della Selva Lacandona, 1° gennaio 1996, un'opera letteraria e un manifesto politico che vale un romanzo.

Un'invenzione, Marcos, El Sup è un tranello nato dall'astuta intelligenza indios. "Un meticcio tra gli indigeni", gli dicono, "t'ascolteranno". E così fu. Marcos lo spiega in quei giorni di maggio del 2014 quando, per onorare il compagno Galeano, ne prende il nome.
Marcos è morto, viva Galeano, ma Marcos non esisteva e non può morire. Todos somos Marcos, si scandiva, nel romantico pensiero di redenzione per gli oppressi, gli ultimi. L'EZLN compie 34 anni, 23 sono passati da quando questo giovane col passamontagna, dizione impeccabile, figura slanciata e sguardo sarcastico diceva "scusate il disturbo, questa è una rivoluzione".

Chi ha seguito il percorso mediatico da rockstar di Marcos, corteggiato da una sinistra europea che, negli anni '90, ha imboccato un declino oggi evidente, ha perso le tracce del Sup più o meno nel 2001, anno del G8 di Genova, delle contestazioni, dell'entrata trionfale dell'EZLN a Città del Messico, con centomila messicani ad acclamare chi aveva ancora il coraggio di avere un sogno. Di quei giorni, restano interviste meravigliose ad un Marcos divertito e leggermente imbarazzato, già noto per un talento letterario che rendeva, e rende, i comunicati zapatisti dei veri e propri racconti, delle perle. Nulla da spartire con i toni da terrore dell'ETA, tanto che resta un duro carteggio tra le due organizzazioni, e il portavoce zapatista è irremovibile nella posizione di non ricorrere al terrorismo per la causa indigena.

Gli indigeni non hanno mai puntato ad una separazione, ma ad un'indipendenza che permetta di rispettare e non dimenticare lingue, costumi, culture, abitudini di chi il Messico lo abitava ben prima dell'arrivo europeo. Sono messicani, vogliono far parte del loro paese. A chi chiedeva "cos'è l'Ezln?", Marcos rispondeva "siamo un esercito ma anche un movimento popolare, ognuno porta la sua cultura, il suo umorismo, la sua esperienza". L'EZLN non ha un credo religioso, ha un solo orientamento: la lotta al neoliberismo. Popolare come il calcio e sono tanti i riferimenti al futbol moderno e vintage, all'Inter morattiana e ai Giaguari del Chiapas, fino alla squadra più vincente e odiata del Messico, l'América, il cui motto della curva è "Ódiame más".

Marcos ha creato, nel tempo, personaggi letterari che spiegassero cosa pensa e come agisce il movimento di cui lui era solo un portavoce, uno dei comandanti che parlava a nome di migliaia. Don Durito e il vecchio Antonio, un romanzo a quattro mani con Paco Taibo II, l'ammirazione di due nobel, Octavio Paz (non esattamente di sinistra) e Josè Saramago. A quest'ultimo toccherà l'ira di una insurgente profondamente devota che replicherà punto per punto al suo "Vangelo secondo Gesù Cristo", con grande divertimento del Sup che riporta l'aneddoto.

Quello che per le autorità messicane è un ex professore di filosofia, oggi quasi sessantenne, dunque, non esiste. Mentre sua sorella, se di Rafael Sebastian Guillen Vicente davvero si tratta, ricopre una carica nel governo di Peña Nieto. Fu proprio la ministra che dieci anni fa cercò di dichiarare ufficialmente la morte presunta di Marcos e il guerrigliero, per tutta risposta, emise un esilarante comunicato zeppo di riferimenti attuali, nel suo stile più noto. Per dire: sono io e sono vivo. L'anno scorso Rafael Vicente ha smesso di essere un ricercato, sono prescritte tutte le accuse. Lapidario Galeano: "finalmente il tampiqueño è libero e prescrivetemi stocazzo".

Un'invenzione letteraria, il Sup, che a sua volta crea letteratura, ma se Marcos e Galeano sono uno strumento a uso e consumo della causa, sono invece noti i progressi che l'organizzazione ha portato al Chiapas. Ospedali, scuole, lavoro, una voce per i muti. Il fiore della parola non muore, per gli zapatisti, muore chi la pronuncia, quel viso coperto dal passamontagna può sparire, ma la parola è stata seminata, germoglia. Resta.

"Casa, terra, lavoro, pane, salute, istruzione, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace", scandisce el Sup, queste le esigenze degli indios, e non solo. Sempre aperti e sempre pronti alle discussioni utili, in procinto di candidare una donna indigena alla presidenza messicana, attirandosi critiche cui rispondono nel merito, gli zapatisti continuano ad esistere, a mutare modalità di lotta ma non il fine. Terminati da un pezzo i tempi che vedevano Marcos col mitra in mano, terminata anche l'epoca del Marcos sex symbol. Invecchiato, ingrassato ("gordito ma bonito", rispose anni fa quando lesse delle ironie sull'evidente trippa che aveva messo su) ma vigile e sarcastico, pronto a lasciare il testimone alle nuove leve indigene che non erano ancora nate nel 1994.

"Il mio supposto talento letterario ha creato questo mito romantico dell'uomo bianco tra gli indigeni" dice Marcos a Julio Scherer, in un'intervista del 2001, alle 3 del mattino. Il giornalista insiste, cerca di fargli riconoscere il suo carisma, Marcos ride, ancora giovane, esausto da quel tour, ma soddisfatto di sé e dell'Ezln. "C'è un vuoto, io come portavoce del movimento sono qui per riempirlo" ed è così che il Sup spiega il suo successo personale.

Poesie, lettere, comunicati, romanzi, racconti e anche un'opera erotica, uscita in edizione limitata non esattamente a buon prezzo per lenire due mali degli zapatisti, a detta del Sup: la penuria di soldi per i progetti e l'onanismo necessariamente dilagante nelle truppe relegate nella selva. "Noche de fuego y de desvelo", Elìas che scrive lettere appassionate a Magdalena, in cui cerca di trovare il modo di incastrare i loro mondi, tra geografie e chilometri, con scarsi risultati. E in tutta quella letteratura e poesia, Elìas ad un certo punto ammette: "Magdalena, vorrei solo dirti che mi piaci e vorrei avvicinarmi a te". Quello che Marcos/Elìas chiedeva a Magdalena era di incontrarsi per perdersi insieme, la pelle che parla alla pelle, il desiderio che zittisce le parole.

E se è vero, com'è vero, che il Subcomandante è un'invenzione letteraria, l'opera zapatista e il "flor della palabra" rivoluzionaria passano alla Storia come le "ombre di tenera furia" che sono. E resteranno. Nella notte lunga 500 anni in cui muoiono gli indios.


(Tutti i comunicati dell'EZLN sono disponibili sul sito Enlace Zapatista, molti dei quali tradotti in più lingue)

lunedì 28 novembre 2016

La Rivincita del XX secolo: il Maestro Bobby Fischer



Nel millennovecentennovantaddue Bobby Fischer decise di andare in quella che allora si chiamava Jugoslavia per giocare a scacchi contro o con Boris Spasskij per quella che amava definire “La rivincita del XX secolo”.
C'era l'embargo ONU verso lo stato balcanico, però, per cui le autorità statunitensi gli spedirono un bel documento ufficiale in cui lo invitavano a starsene a casa.

Poiché nessuno mette Bobby Fischer in un angolo, Bobby Fischer sputò pubblicamente sul documento e andò in Jugoslavia per giocare a scacchi contro o con Boris Spasskij.
Si dice che lui, Bobby Fischer, avesse l'Asperger. Sputare su un documento che limita le manifestazioni sportive e i movimenti di cittadini liberi è una forma d'autismo.

Gli Stati Uniti ebbero una reazione moderata contro il dissidente forse autistico sicuramente un po’ stronzo Fischer, come ci s'aspetta da una democrazia evoluta, no?, ovvio, non usano certo i metodi di dittatori tipo la neo bonanima di Fidel Castro, quindi gli USA, democraticamente, emisero un mandato d'arresto, democratico, contro Bobby Fischer, quello che aveva sputato su un foglio di carta durante una conferenza stampa.

Ça va sans dire, Bobby Fischer non tornò più nei democratici Stati Uniti e però lo arrestarono comunque, 12 anni dopo a Tokyo, per delle irregolarità sul passaporto. Venne rilasciato mesi più tardi grazie al governo islandese che gli concesse un passaporto in regola e ospitalità.

Boris Spasskij scrisse una lettera all'allora presidente americano, agosto del 2004, che ricorderete essere quel sottile intellettuale e sempre democratico George W Bush. Chiedeva la grazia, chiedeva la clemenza, chiedeva altrimenti di essere trattato esattamente come Bobby Fischer e d'essere messo in cella con lui.
Fischer, Spasskij e una scacchiera.
Quant'è Maestro e quant'è Woland, tutt'insieme, Bobby Fischer?

Quella grazia, quella clemenza, o quel pari trattamento per Spasskij, non arrivarono mai, e Bobby Fischer morì in Islanda se vogliamo esule, se vogliamo dissidente, se vogliamo perseguitato, se vogliamo non graziato.
Era il 2008.C'era ancora il delicato intellettuale texano.

Bobby Fischer in quell'anno che era il novantadue non giocava a scacchi in pubblico da vent'anni e mai più lo fece.

Per dovere di cronaca seppur a margine e alla fine chissenefrega, Bobby Fischer s'aggiudicò la rivincita del XX secolo contro Boris Spasskij.
Nella Jugoslavia in ginocchio a causa dell'embargo ONU.

Il Maestro non s'arrese. 
«I manoscritti non bruciano» ma puoi sputarci su.

mercoledì 2 novembre 2016

La Siberia eterna di Alex Schwazer

Raskol'nikov pensava d'esser una sorta d'eletto e che quindi ammazzare l'usuraia non era poi gran cosa, è giusto che gli eletti vadano avanti e i reietti periscano, no? Secondo Raskol'nikov sì e dunque pianifica e ammazza la vecchia per derubarla. Poi però, come sempre accade quando si è in un romanzo russo, eccoti l'imprevisto: la sorella buona della vecchia cattiva compare e vede tutto. Bisogna ammazzare anche lei e Raskol'nikov, che era eletto e nichilista e soprattutto morto di fame, l'ammazza. Raskol'nikov però non era nato assassino, dunque inizia a star male, partono i deliri, la febbre cerebrale, la solitudine del colpevole.


A redimere Raskol'nikov ci pensa Sonja, che di mestiere fa la puttana, santa e salvifica. Lo lava dall'ateismo e dal nichilismo, lo induce a pentirsi, costituirsi, scontar la pena. E arriva la Siberia, che affronteranno insieme.
C'è chi però ha la sua Siberia personale da anni ma pare che non basti. Non ci basta. Alex Schwazer, dopo la prima squalifica per doping, ammessa senza giri di parole, ha perso tutto. Ha lasciato l'Arma, sponsor spariti, Carolina Koster che non aveva molto in comune con Sonja più comprensibilmente vicina al si salvi chi può. S'è pagato gli allenamenti, le trasferte, ha fatto il cameriere, ha lavorato come tutti cercando di riprendere l'agonismo.

Ha pagato, insomma. Delitto e castigo.

Prima di Rio viene fuori una nuova positività ma Schwazer 'sto giro non molla e dice d'esser stato fregato. A leggere le varie ricostruzioni non è un'ipotesi così assurda.
Oggi Alex Schwazer ha 31 anni e deve guadagnarsi da vivere perché la sua carriera è finita. Ha avuto una bella idea: fare l'allenatore privato. Perché Alex Schwazer, lo ricordo agli sportivi part time, sa marciare da Dio.

E però Alex Schwazer purtroppo non ha capito di non essere in un romanzo russo dell'Ottocento, gli è toccata un'epoca di gogne, violenza verbale mai pesata ma devastante, dove ogni sbaglio diventa motivo di giudizio senza appello, un tribunale messo in piedi a colpi di tweet e like e commenti sotto link di testate giornalistiche che contano gli spiccioli ricavati dai click.

Alex Schwazer è più sfortunato di Raskol'nikov perché non vive in un'epoca giusta e equa.

Qualunque sia la pena, non basta mai. Schwazer non può guadagnarsi da vivere facendo ciò che ama. No. La sua Siberia è l'umiliazione costante ed eterna, "vai a pulire i cessi", "vai a scavare tra le macerie del terremoto senza chiedere nulla", e commenti simili.
Non è un'epoca gentile. Non ci sono Sonje e gentiluomini. È un'epoca di ferocia, di animi aizzati contro la preda facile.

Alex Schwazer non ha ammazzato nessuno. Eppure, a leggere gli istinti bassi dei giudici da social, pare quasi di sì. Condannare l'altro è lo sport che ci viene meglio da anni, ci sentiamo subito puliti, i peccati e le colpe son tutte altrui e si decide anche che no, non c'è espiazione o pena o castigo sufficienti ed è in un contesto così limitato che muore la democrazia, muore perfino Cristo, tutto quello che vi riempie la bocca in Chiesa.
Muore tutto.
Ma questo, s'è detto, non è un romanzo russo, ma la realtà. Noi, s'è detto, non siamo russi dell'Ottocento, siamo purtroppo gli italiani del Duemila.

Alex Schwazer ne tenga conto ogni volta che respira.

lunedì 19 settembre 2016

#AneddotiLetterari: Al Cimetière des Rois ci son Borges e una puttana.

C'è un cimitero che quasi quasi vale la pena di crepare e andar a stare lì, che c'è una compagnia di alto livello. Questo posto è a Ginevra e nonostante la mia idiosincrasia per gli svizzeri io, in questo cimitero ginevrino pieno di gente bella, ci andrei. Il posto si chiama Cimetière des Rois e sta lì dal 1482, pensa quanta gente sepolta in cinquecentotrentaquattranni di laboriosa attività. Dicevo che in questo camposanto ginevrino c'è un'attività culturale di tutto rispetto, roba che forse posti così per i vivi mica ci son più. E allora, tra i nomi, leggo che c'è  Rodolphe Kreutzer, il violinista, che io mica sapevo chi fosse prima di Tolstoj e scoprire poi che "Sonata a Kreutzer" è di Beethoven perché io son terribile sulla musica di questo tipo e ci soffro molto tra l'altro anche se non da morirne e finire sepolta accanto a Rodolphe. C'è Giovanni Calvino e io da anni ripenso al primo esame che diedi, Storia Moderna, arrivammo al calvinismo e mi chiesero di parlare proprio di Jean e la prof aveva la erre blesa sicché mi fa "lui era un piʁʁʁʁʁʁʁʁdo no?" e io da anni penso alla produzione di saliva per dire piccardo quel giorno là. C'è Robert Musil, un uomo senza qualità e magari ad esser così, nevrotico e scontroso e attaccato al caffè e al tabacco, non accettato dall'Accademia dei Poeti Tedeschi perché considerato troppo intelligente per esser poeta, vedi poi te la sfiga d'esser geni, non mi capiterà mai di provare una sensazione così e forse per fortuna. C'è poi lui, Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, quello cui a quanto pare a suo dire non hanno dato il Nobel per via della famosa lungimiranza svedese e che sulla lapide si legge incisa una frase in inglese antico . E lui, lui Jorge Luis Borges, quello che diceva "La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare" e lui infatti l'ha rispettata riposa, si dice per indorar la pillola quando qualcuno muore, riposa dicevo, a Ginevra, al Cimetière des Rois. 

Giustaffianco a una puttana.

Griselidis Marcelle Real è morta vent'anni dopo Borges e dunque sarebbe più corretto dire che è lei a riposare accanto a Borges e non viceversa ma d'altra parte secondo me Borges a sapere di passare l'eternità accanto a Griselidis artista pittrice scrittrice e puttana non avrebbe avuto sussulti e avrebbe pensato che poteva andar benissimo. ma interpreto, non so, magari no, chissà. Fatto sta che Luis e Griselidis dormono vicini da sett'anni, da quando hanno deciso di trasferirla là, tra le rimostranze dei borghesi che la scopavano a pagamento quand'era giovane e bella e chissà se Griselidis dormiva coi clienti e che tipo di puttana era, se era una raffinata o alla buona e però la Real inizia perché era separata dal marito e aveva un bel numero di figli e viveva con un americano schizofrenico violento e come artista non guadagnava abbastanza. Sicché diventa puttana. E poiché passare la vita a subire alcuni non vogliono, negli anni '70 Griselidis Real diventa attivista e cerca di far capire al mondo che esser peripatetiche cioè puttana a volte è una scelta e va rispettata e tutelata e riconosciuta come le altre scelte professionali. Diceva che la prostituzione è un atto rivoluzionario e allevia la sofferenza nel mondo e non negava i lati sordidi ma in quale lavoro non ci sono lati sordidi? Era una puttana consapevole e oggi stiamo tornando spaventosamente indietro, anche perché penso io:

la fica è sempre rivoluzionaria, secondo me. 

A me che ci sia un'artista pittrice scrittrice e puttana a riposare, a dormire morta, a Ginevra, tra Kreutzer e Musil e Calvino e Borges mi fa pensare che vedi alla fine tutti noi diamo pacere al mondo solo che quello di Griselidis non si vedeva o magari lo vedevano in pochi o magari lo vedeva una moglie che non amava un marito e almeno non lo doveva scopare o lo vedeva una moglie che amava il marito e gli sentiva Griselidis sulla camicia e allora cercava di riprenderselo, questo marito, o lo mollava e allora diventata felice con uno che non aveva bisogno di Griselidis e però, comunque sia, lei ha dato quello che aveva al mondo e se vi pare poco è un problema vostro.

Lei riposa con Borges e non se ne cura.

venerdì 9 settembre 2016

#AneddotiLetterari: Rosicate esistenzialiste: Sartre vs Camus

Impietoso confronto ma d'altra parte non è colpa mia
Jean Paul Sartre era un egocentrico cresciuto fino ai 13 anni convinto di poter essere tutto quello che voleva. Dai 13 in poi si ritrova a vivere con la madre e il patrigno, che odia, in un posto che odia, circondato da gente che odia. I liceali, in particolar modo, sempre stronzi, in ogni epoca. Sicché la mamma lo rispedisce a Parigi, perché Jean Paul veniva bullizzato per via del suo aspetto. Basso, strabico, capelli radi, dentatura non esattamente impeccabile, Jean Paul Sartre passò dall'adorazione dei nonni e degli amici di famiglia agli insulti dei liceali di provincia.
Che smacco. Ma tant'è. Capita.
Ha 24 anni quando conosce Simone de Beauvoir e inizia la storia con lei. Niente monogamia, a Simone piacciono donne e uomini, Sartre si scopre affamato di sesso, ma meglio di così cosa vuoi dalla vita, trovi una donna piacente, intelligente, che ti passa le sue conquiste, non male per un nerd ante litteram, tutto sommato.
Poi arriva Olga, Olga Kosakiewicz.
Ha 19 anni e inizia una relazione con la de Beauvoir. Come sempre, Simone conta di passare a Jean Paul la ragazza che però non è mica tanto d'accordo, Jean Paul non è tutta questa grande bellezza o altezza o spigliatezza e quindi Olga finge di starci e poi non ci sta. Non ci starà mai. L'espediente più banale per far nascere un'ossessione e infatti Sartre ci casca e non sa più cosa inventarsi per averla. Invidia Simone e i suoi rapporti con Olga, diventa sarcastico, meschino.
Insomma: Sartre rosicava. 
Poi, Sartre incontra un'altra, Wanda.
Wanda Kosakiewicz. Sorella minore di Olga.
Sartre fa con lei quello che avrebbe voluto fare con Olga, impazzisce per Wanda, non c'è probabilmente un limite netto tra la voglia che aveva di Olga e la passione per Wanda. La prima volta che bacia Wanda, lei corre in bagno a vomitare. Letteralmente, a vomitare. La corteggia per due anni prima di riuscire a fare sesso con lei. E dopo questa esperienza, senza sentimento alcuno, Wanda dirà di odiare Sartre e Sartre lo scriverà a De Beauvoir, con un certo malanimo.
Per Wanda, Sartre rischia di perdere Simone anche se giura di fingere, tutta scena cara Simone. Il punto è che Simone scema non era mica. Simone e Sartre hanno un patto: la subordinazione degli amori contingenti all'amore necessario nonché la totale trasparenza e verità circa le loro relazioni extra. Wanda è un amore contingente. In teoria. Voleva addirittura sposarla quando Wanda s'ammalò, giustificandosi con Simone dicendole di voler proteggere una ragazza sola e prendersene cura. Fatto sta che Wanda odiava Sartre. Fatto sta che intorno al 1943, Wanda incontra Albert Camus proprio grazie a Sartre. Jean Paul e Albert si stimano, sono amici. Camus capisce e sa che Wanda e Jean Paul sono amanti, eppure non se ne interessa.
Jean Paul Sartre, ad un certo punto, si farà sfiorare dal venticello del dubbio e chiederà a Wanda "ma ti piace quel tipo?" (con parole mi auguro meglio articolate) e lei risponderà "ma figurai, non essere geloso, non preoccuparti" e Sartre, clamorosamente, non se ne preoccupa davvero.
"Non preoccuparti non mi interessa quel tipo" è l'inizio della fine e l'esistenzialista non lo sa. Vedi a volte come ci si perde facilmente.
Lui era l'egocentrico amatissimo dalla mamma, Camus era un nessuno, era lo straniero, di cosa avrebbe dovuto preoccuparsi.
-Mah, vediamo: dello sguardo assassino, dei capelli, dell'eco che suscitavano le sue opere, della prestanza, dei quasi 10 anni di gioventù in più, del carisma, del fatto che Wanda non lo odiasse e non corresse a vomitare dopo averlo baciato. Potevi chiedere, Jean Paul, due cose te le avremmo suggerite.-

Fatto sta che passare dall'esortazione "stai sereno" a vederli limonare il passo è stato alquanto breve. Jean Paul Sartre esprime le sue rosicate in lunghe lettere a Simone e lei, pazientemente, le legge tutte, senza spaccargli la faccia. Vuole apparire sarcastico ma serve uno sforzo di fantasia coriaceo per leggere dell'ironia nella frase:
"cosa pensa di fare Wanda, rincorrendolo? Cosa vuole da lui? Io non sono molto meglio? E sono così gentile. Dovrebbe stare attenta"
Camus e Sartre si odieranno per il resto della vita, Sartre non avrà pietà nelle critiche che rivolgerà al collega e bisogna essere proprio faziosamente sottili per non vedere che tanta acredine non era solo una questione professionale.
In tutto ciò, Camus non era neanche innamorato di Wanda, fu una relazione come tante, forse il divertimento stava tutto nel far impazzire Jean Paul Sartre, scalfire la sua superbia, fargli sentire cosa si provasse ad esser seconde scelte, ripieghi, non necessari. Il grande amore di Albert fu un'attrice con la quale ebbe una relazione prima della guerra e dalla quale tornò nel 1948, Maria Casarès. Rimase con lei fino al 1960, anno in cui si schiantò in macchina e morì.
Sartre gli sopravvisse di vent'anni. Chissà se nel frattempo, sapendolo sotto terra, aveva smesso quanto meno di rosicare.

sabato 20 agosto 2016

"Il cielo sopra Lima": storia di una musa inventata e d'un futuro premio Nobel

L'amore è un discorso, amico mio, è un feuilleton, un romanzo, se non si scrive nella testa, o sulla carta, o in qualunque altro posto, non esiste, resta a metà; non smette di essere una sensazione che si è creduto sentimento...
Foto: Millennium Images - Art Director: Cecilia Flegenheimer e Francesco Marangon - Graphic DEsigner: Cristopher Moisan

Prendiamo Lima, Lima capitale del Perù, nel 1904. Lima, capitale del Perù, fa da sfondo alla vita di migliaia di persone, molti poveracci, molti sfruttati, qualche ricco. Ricchi di nascita e generazioni, ricchi da poco e a costo di vite altrui, ricchi solo per titolo nobiliare e senza più un sol ma che possono vantare ascendenze eroiche.Prendiamo questa Lima che acceca, questa Lima a tratti balorda e a tratti piena di luce, dove le puttane e gli operai e le ville e le signorine oneste e i giovanotti galanti e gli studenti universitari si mescolano senza quasi sfiorarsi.
Sotto il cielo di questa Lima, nel 1904, ci sono anche José Gálvez e Carlos Rodríguez, appena ventenni, ricchi, annoiati, studenti di Legge perché così deve essere così sia e così sarà ma che vivono col sacro fuoco della poesia nell'anima. Come tutti i ventenni di tutto il mondo in tutte le epoche, chi più, chi meno.

José e Carlos, ricchi, amici e coetanei, ma decisamente non in posizione paritaria perché Rodríguez senior è un arricchito, uno che ha fatto affari col caucciù, uno che ha spedito e mantiene da anni in Spagna uno studioso che possa rintracciare un qualche antenato degno di nota e non solo quella massa di straccioni, delinquenti e contadini che sa essere la sua famiglia limegna.
Carlos ha imparato a far le facce, Carlos ha imparato a contenere i sentimenti e atteggia il viso in base all'occasione, come un tessuto che s'appiccica addosso quando c'è umidità: faccia triste, faccia allegra, faccia accomodante. Faccia accomodante, sorridente, quasi sempre. Il papà di Carlos temeva che il ragazzo diventasse finocchio, perché i gay nel 1904, a Lima, non c'erano, c'erano i finocchi, quelli sì. E non c'erano le escort ma c'erano le puttane, da sempre e sempre ci saranno, a Lima come altrove. Per i 13 anni, Carlos riceve in regalo la verginità di una coetanea polacca pescata chissà dove e che costa 400 dollari. Era necessario diventare uomini e mettere da parte quella roba deviata che è la poesia. Carlos allora legge e compone di nascosto, insieme a José, che invece è ricco ma anche pieno di antenati di prima qualità, il che lo lasciava avere sempre l'ultima parola.
Rifugiati in una soffitta a pezzi, in un quartiere abitato da cinesi laboriosi e silenziosi, José e Carlos immaginano la vita, inventano storie, deviano dal percorso che le loro famiglie hanno scritto e sanno bene che solo ora, in quell'attimo, possono provare ad avere un'aspirazione personale, diversa.

Vivere in Perù nel 1904 significa anche avere difficoltà a reperire un libro, a far arrivare una comunicazione. Carlos e José adorano Juan Ramón Jiménez, poeta che è quasi un loro coetaneo eppure già noto, apprezzato, celebrato, futuro premio Nobel ma questo, Carlos, José e probabilmente anche Juan Ramon, neanche lo immaginano. Scrivono al poeta per avere delle copie dei suoi scritti, ma vengono ignorati. Come convincerlo ad ascoltarli? L'espediente narrativo è uno, semplice, elementare: fingersi una giovane limegna, toccata nell'animo dalle liriche di Juan Ramón. L'espediente funziona e il poeta risponde: nasce così Georgina. Carattere e tratti somatici plasmati sulle poche donne e le tante puttane conosciute, con Carlos alla penna. Perché Carlos, con grande terrore del padre che in quei segni vedeva tutta la devianza del suo erede, aveva una scrittura svolazzante e femminea, adatta a Georgina. Proprio per il giovane Rodríguez, Georgina avrà un significato assoluto, vero faro che lo aiuterà a conoscere se stesso e a diventare, almeno in alcune circostanze, il vero Carlos, e non il ragazzo che prova le espressioni davanti allo specchio.

Il carteggio inizia e diventa sempre più fitto, ad ogni attracco di nave, Carlos e José tremano, in attesa delle risposte del poeta spagnolo, intenzionati a ricevere una poesia ispirata da loro, cioè da Giorgina. Georgina che, da espediente, inizia a diventare vera e la situazione, a questo punto, sfugge di mano: dove comincia l'artificio letterario e dove finisce? Quant'è lecito andare oltre? Georgina diventerà anche stella polare d'un'amicizia mai stata davvero tale, con un cavaliere e un vassallo a far da protagonisti, non solo progettata e falsa musa d'un poeta ignaro e raggirato.

Juan Gómez Bárcena, nato a Santander nel 1984, vive e insegna materie letterarie a Madrid.

Juan Gómez Bárcena, classe '84, è l'autore di questo romanzo che parla di poesia, certo, ma nel modo in cui tutti noi possiamo capirla. La poesia intrinseca nell'amore che vorremmo vivere, quello sognato, e quello che poi è reale, anche se ha la faccia di una puttana polacca terrorizzata. È la narrazione di un'amicizia, degli stereotipi duri a morire che spingono alcuni sempre un passo indietro, dalla classe sociale all'orientamento sessuale. È un'ode alla fantasia, alla gioventù che inventa, cerca di uscire dal campo delimitato da altri anche se sa, sa bene, che oltre un certo punto non sarà consentito andare. È la ricostruzione, profonda e ironica, di due menti che cercano di volare e trovare una dimensione pur sapendo già come andrà l'atterraggio. Per certuni il futuro, nel 1904, era già scritto, a volte anche nel 2016.
E poi, ancora, le vivide immagini dei contrasti interiori e interni, gli intellettuali e gli istruiti in bilico perenne tra l'ammirazione per la Spagna e la volontà di costruire una cultura autonoma, senza influenze dell'odiato e amato colonizzatore; l'atmosfera di quegli anni, gli indios sfruttati e ammazzati come se fossero nulla e non uomini, risvolti storico-sociali che servono a Bárcena per delineare meglio il peso interiore dei due ragazzi, il loro vissuto, persi, felici, ricchi, annoiati, inclini allo spleen e col cuore gonfio di vita sotto il cielo di Lima. Sentimenti che solo a vent'anni si possono provare.
Un romanzo scorrevole, che inchioda alle pagine, impossibile fermare la lettura. Lo stile, pungente e mai banale, ha un ritmo elevato, la trama appassiona, con momenti in cui è impossibile non chiedersi "e ora cosa farà?", spingendo il lettore a voltare subito pagina.

Per "Il cielo sopra Lima", l'autore Juan Gómez Bárcena ha vinto il premio "El Ojo Crítico de Narrativa" nel 2014. Nel 2016, Frassinelli lo porta finalmente in Italia, tradotto da  Enrica Budetta. In questa pagina della Sperling&Kupfer potrete acquistare il romanzo del giovane professore spagnolo.

Titolo: Il Cielo Sopra Lima
Autore: Juan Gómez Bárcena
Editore: Frassinelli
Traduzione: Enrica Budetta
Anno: 2016
Prezzo: 19,50€
Ebook: 9,99€