domenica 25 novembre 2018

Non è un mondo per donne: il 25 novembre e Mia Zapata

Non è un mondo per donne.
Non ancora.

Non lo era il 7 luglio 1993,  a Seattle.

Mia Zapata ha 27 anni, ha un gruppo punk, i Gits, ed è molto apprezzata, non solo dal punto di vista artistico, ma anche umano. La sua famiglia d'origine è benestante, ha studiato musica con un maestro sin da piccola, suona chitarra e pianoforte, frequenta i club esclusivi, ma nulla di tutto questo la tocca o le interessa.
La toccano e le interessano le persone, non gli ambienti fighi e i soldi. Condivide vecchie case abbandonate con gli altri ragazzi del gruppo. Mia unisce mondi opposti che sembrano inconciliabili. Mia fa incontrare persone che, altrimenti, non di sarebbero mai parlate.

Mia, s'è detto, ha 27 anni, è una donna adulta, e sta tornando a casa o forse sta andando a casa di amici, alle 2 di notte, a Seattle, la notte del 7 luglio 1993. Mia aveva l'abitudine di mettere le cuffie e camminare ascoltando musica dal walkman. 

Mia quella notte viene aggredita alle spalle, stuprata, strangolata. Mia non ha sentito arrivare l'aggressore per via della musica. Le 7 Year Bitch le hanno dedicato un disco, intitolato ¡Viva Zapata!, uscito nel 1994, che contiene la canzone “M.I.A.”. Il testo dice:

No fact, no matter

Society did this to you?

Does society have justice for you?

Well, if not, I do

Jesus Mezquia, un cubano noto alle autorità americane per aver picchiato e abusato delle sue compagne, è stato arrestato grazie al DNA prelevato da tracce di saliva trovate sul corpo di Mia e conservato per 10 anni. Mezquia è in galera dal 2003, ci resterà fino al 2039.

Conosco questa storia dalla metà degli anni ‘90. Il dettaglio delle cuffie mi ha terrorizzata. Avevo una decina d'anni e le portavo sempre. Ho smesso.
Non porto mai cuffie quando sono in giro, anche ora, anche oggi che ho 34 anni, non vivo a Seattle e raramente giro da sola alle 2 di notte.
Smetto di ascoltare musica quando il treno inizia a svuotarsi.
Non le porto quando sono in casa da sola.
Mi riservo questo atteggiamento di controllo, mi nego di ascoltare musica a volume alto se sono da sola, ma il problema della violenza e della brutalità non può davvero ridursi alla capacità di ogni donna di reggere una pressione costante che le chiede attenzione totale, anche all'imprevedibile.

È un problema sociale, è un'urgenza morale, nel senso più ampio del termine. È immorale e illogico che una donna non possa ascoltare un po’ di musica perché rischia di essere ammazzata per strada.

L'idea che la vittima sia anche spesso complice in qualche modo perché poco attenta, incauta, incosciente, è un concetto da frantumare e distruggere.

Anche oggi, 25 novembre, giornata contro la violenza di genere, dobbiamo dire a Mia Zapata che avrà 27 anni per sempre, e che non siamo libere se ascoltare musica camminando per strada quand'è buio e che anche se son passati 25 anni, questo non è un mondo per donne.

Non ancora.

mercoledì 26 settembre 2018

"L'uomo che trema": la depressione e il mondo che spezza il cuore


Mia mamma indossava un abito in maglina nero con ampi fiori verde smeraldo e dei residui di spalline anni '80, poiché s'era nel 1991. Le quattro stagioni erano ancora quattro stagioni davvero e se mia madre indossava quell'abito, era probabilmente autunno inoltrato oppure inverno. Me li ricordo quell'abito e quell'anno perché mio nonno era morto in un sabato di primavera e mia madre faticava ad accettare che il papà non ci fosse più. Me li ricordo quell'abito e quell'anno perché fu il mio primo contatto con una crisi di panico. Mia madre ne ebbe una mentre eravamo a un pranzo di famiglia e io la ricordo passarmi davanti sorretta da mia zia e mio padre mentre l'accompagnavano a stendersi, con una mano sul petto in cerca di aria, lo sguardo vitreo e il passo lento, rigido. Il lutto è un abbandono. Non voluto da nessuno, ma genera spesso rabbia, negazione.

"L'uomo che trema" è un figlio che abbandona il padre perché il padre ha abbandonato il figlio, senza lutti che giustifichino, agli occhi di un figlio ancora bambino, quell'abbandono. Ma non è solo questo e quell'abbandono non può bastare a spiegare i successivi 37 anni di umor nero e di carattere difficile che si fatica a chiamare col nome medico corretto: depressione.
Soffro di questa malattia che la comunità scientifica definisce sommariamente depressione maggiore da quando ho coscienza del mondo, da quando cioè ho occhi e cuore per decifrare la realtà che mi circonda, perciò direi dalla più tenera età. Il mio problema è sempre stato quello di non attribuire dignità di malattia al modo in cui, appunto, decifro la realtà.
Andrea Pomella non romanza e non indugia, la depressione addestra i sensi alla lucidità e fa al tempo stesso lo scherzo meschino di cercare rifugi, scappatoie, scorciatoie. Ma scappare dal mondo nella propria testa non è mai un cammino che porta da qualche parte, o almeno non in posti piacevoli. Anche Andrea s'è dovuto fermare davanti al muro, all'orso, quella bestia feroce che compromette giornate, rapporti, lavoro, salute. Salute, quando il benessere temporaneamente precario della mente viene ancora visto, oggi, come uno stigma. Oppure ridotto a merce da social, con il linguaggio leggero che ormai non ha più argine, con "depressione" usato al posto di tristezza, svogliatezza, malinconia. Sentimenti normali e non patologie clinicamente trattate, come accade a 11 milioni di italiani, con un uso di psicofarmaci che in Italia è 4 volte maggiore rispetto al resto d'Europa, il più delle volte una somministrazione non accompagnata da una psicoterapia di supporto.

"L'uomo che trema" è un memoir che non ha fini didascalici o edificanti, è il racconto netto e crudo di un uomo adulto che va in pezzi e cerca una modalità per rinsaldarsi. Un'esistenza che resta sospesa e in allerta, in attesa di un attacco di panico, di una crisi di ansia, di un pensiero definitivo e oscuro che nasce guardando un tubo verde per innaffiare, la volontà che ferma l'irreparabile, l'indifferenza di sé e al tempo stesso il narcisismo della depressione che ci fa sentire come gli unici depositari di tutto il dolore del mondo. Un'esistenza, s'è detto, che si ferma, ma solo dentro lo stomaco e dentro la testa del protagonista, perché fuori si deve lavorare, fuori c'è un figlio da crescere, una mamma che invecchia, una compagna che accudisce, il tempo che passa e nutre quell'orso, consapevoli sempre del fatto che "io sono l'orso, io sono la minaccia, io sono il male di cui soffro". Perché alla fine, quello è il succo: è un male che esiste e divora ma è una lotta interna tra un Sé e un Me, tra un Io e un Me Stesso, una lotta che usa i traumi come campi di battaglia, te li ripropone e te li fa ingoiare senza mai darti modo di digerirli davvero.

Le psicoterapie insegnano l'autocoscienza senza sovrastrutture, l'analisi di sé senza la riflessione ossessiva, e io le ho imparate dalle mie. Il protagonista de "L'uomo che trema", anche. Insegnano, anche, una sincerità verso sé stessi che sfiora quasi la ferocia, mentre questa onestà cerca di non subordinarsi alla lucidità della depressione. Insegnamenti mai privi di lividi. La mente dissemina di tranelli il percorso e non farsi fregare da sé stessi è un esercizio sfiancante ma necessario alla sopravvivenza.

Andrea Pomella è sopravvissuto e ha raccontato la sua depressione in modo mai stucchevole, senza autoindulgenza, senza voler creare una sovrabbondanza di suspense nella narrazione dei momenti più crudi. D'altro canto non è un diario segreto né tanto meno l'asettico resoconto del decorso d'una patologia. È semplicemente una storia vera che andava raccontata, una tra quelle degli 11 milioni di italiani depressi, e che andrebbe letta. Anche più volte, in momenti diversi.
Il titolo "L'uomo che trema", come spiega l'autore "viene da una pagina di “Grande Sertão” di João Guimarães Rosa". Il memoir è pieno di riferimenti letterari e musicali, da  Foster Wallace a Kafka, da Giuseppe Berto a Santa Teresina, da Elliott Smith a Gadda, con "i soggiornini dei piani bassi di Roma" che rappresentano visivamente la mente di un depresso: poca luce, aria asfittica, rumori di fondo che non smettono mai di grattare l'aria. Finché qualcuno non sfonda una parete e fa entrare il sole.





"L'uomo che trema" di Andrea Pomella è in libreria dal 18 settembre, edito da Einaudi. 

venerdì 27 luglio 2018

La fatica di essere Billy Corgan



La fatica di essere Billy Corgan, di oscillare su centonovantadue centimetri di altezza e tra voler apparire e voler sparire. La fatica di essere Billy Corgan e vedere il tuo album uscire a maggio 1991 e sei contento e tendi a voler sparire un po' meno e pensi meno al peso che aumenta e alla depressione che va più che venire nelle sue ondate da stronza. Poi a settembre lo stesso produttore lavora su una cosa chiamata Nevermind e il frontman di quella cosa chiamata Nirvana è biondo e magro e bello e si scopa la tua ex. Poi la sposa pure.
La fatica di essere Billy Corgan di perdere tutti i capelli e di non essere in linea col trend musicale degli anni '90 perché provi pure a essere grunge come piace al mondo e a piacere al frontman che si scopa la tua ex ma non ti riesce e pensi sia proprio il caso di ammazzarsi ma non ti riesce e ingrassi e poi una mattina dopo aver elaborato il tuo elogio funebre e aver rimestato l'ossessiva idea di morte fino a renderla masticabile scrivi Today e con quella canzone dai il via a Siamese Dream, che usciva oggi, nel 1993.

La fatica di essere Billy Corgan è tutta nell'aver scritto capolavori che non senti apprezzati abbastanza e di essere stato forse l'ultimo ad aver creato un album doppio che ha venduto 20 milioni di copie e non ti senti comunque, comunque, apprezzato, perché ti senti fuori sincrono, fuori misura, fuori posto, non hai mai creato tu la tendenza, l'hai solo subita, al massimo ammaestrata, potevi essere tu la tendenza ma non sei stato svelto abbastanza per ammazzarti quando dovevi e ora quelli del grunge t'hanno praticamente tolto l'effetto sorpresa, vent'anni fa e oggi e non ti resta che continuare a fare la fatica di essere Billy Corgan, perennemente fuori sincrono e fuori misura e fuori luogo in balia di ondate di ossessioni tra voler apparire e sparire senza soluzione su centonovantadue centimetri da portarti dietro come una condanna, mentre in Today ti prendi per il culo e dici:

I wanted more
Than life could ever grant me
Bored by the chore
Of saving face
Today is the greatest
Day I've ever known
Can't wait for tomorrow
I might not have that long
I'll tear my heart out
Before I get out
Pink ribbon scars
That never forget
I tried so hard
To cleanse these regrets
My angel wings
Were bruised and restrained
My belly stings
Today is
Today is
Today is
The greatest day

sabato 17 marzo 2018

#AneddotiLetterari Nabokov e Gregor Samsa

Quando Vladimir Nabokov insegnava letteratura negli Stati Uniti, gli toccava pure spiegare Franz Kafka, a volte.
Arrivati a "La Metamorfosi", nasceva il problema di spiegare la traduzione dei due termini in tedesco che Kafka aveva usato per raccontare la metamorfosi di Gregor Samsa, entrambi generici, da riferire a un insetto non specifico.
Gregor non era uno scarafaggio perché Kafka non volle mai dargli una connotazione lineare e non accettò che sulle copertine delle prime edizioni del racconto comparisse un insetto.
Voleva lasciare al lettore la possibilità di immaginarlo ma, poiché Nabokov non era l'ultimo degli stronzi e "La metamorfosi" l'aveva letto davvero, avvicinò la figura di Gregor a un coleottero gigante, di dimensioni umane.
I coleotteri hanno quasi tutti le ali atte a volare.
Se Gregor l'avesse saputo, si sarebbe salvato.
E Nabokov, che non era l'ultimo degli stronzi, s'è detto, lo faceva notare mentre insegnava letteratura negli Stati Uniti: se sei il primo a non conoscere le tue doti e le tue risorse di sopravvivenza, crepare malissimo è la conclusione più probabile.
"Come un cane", direbbe Josef K.

lunedì 29 maggio 2017

22 idioti che corrono dietro a una palla e le mutande altrui


Di tutte le passioni e/o perversioni umane, quella che mi affascina per la sua totale meschinità è l'attenzione e il controllo delle mutande altrui. Se il suddetto controllo si riferisce alla vita sessuale, camminiamo in un campo vecchio come il mondo. Ma troviamo anche moralizzatori di passioni in senso lato, passioni che però non dovrebbero essere giudicate perché, al pari di chi scopa chi e come, si tratta di mutande altrui e la morale comune non esiste tanto quanto.

Il calcio. Il giuoco del calcio. 

Possiamo cambiare nazione e cittadinanza, forma del naso e genere sessuale, la squadra del cuore ci resta addosso e si ha la sensazione che lei abbia scelto noi e mai il contrario. Non si cambia squadra, al massimo si abbandona in toto il tifo. A quanto pare, la passione per il calcio è ignorante. Non quell'idea (odiosa) dell'ignorante simpatico sdoganato da certi fenomeni social, però: ignorante nel senso di troglodita, cafona, adatta a subumani, che non fa pensare alle cose importanti che bisogna fare, cistalacrisileguerrelafameelemalattie.

La Revolución.

C'è da fare la rivoluzione e voi e noi, siete e siamo lì a guardare 22 idioti in pantaloncini che corrono appresso a una palla. E cosa ne poteva mai sapere di rivoluzioni Ernesto Che Guevara, che per due settimane allenò una squadra colombiana di campesinos e disperati e che fu orgoglioso di stringere la mano a Di Stéfano e non nascose mai il tifo per la squadra del Rosario Central. E ancor meno ne può sapere il Subcomandante Galeano fu Marcos di ciò che è importante fare e come agire (o almeno provare), che ancora nel 2013 in un comunicato scriveva "yo le voy a los Jaguares de Chiapas, en México, y al Internazionale de Milán, en Italia" (vi lascio comunicato intero originale e traduzione), concludeva con "Sí, ya sé que van a decir que el futbol es el opio de los pueblos y que por qué promuevo la enajenación, la incultura, bla, bla, bla, bla" e chiedeva "Sapete chi è Eduardo Galeano?"

La letteratura.

Quando non ti invitano a fare la rivoluzione, ti invitano a leggere. Perché se non sei uno scioperato che non si preoccupa delle sorti del mondo, sei comunque una capra da stadio. Quando il Sup chiede "sapete chi è Eduardo Galeano?" è consapevole della risposta e Galeano (Eduardo, non il Sup) sapeva cosa pensavano gli intellettuali o presunti tali, di sinistra o presunti tali, circa la sua passione per il futbol. Non ha mai smesso di tentare di far capire alle anime morte (spoiler: citazione letteraria impropria) che il calcio non è solo business e milioni, che il calcio non distrae: il calcio diverte, il calcio è di facile assimilazione, il calcio è poesia, il calcio è universale, lo capiscono tutti, senza caste e lingue. Ma le passioni non si possono spiegare ed è come la fede: o ce l'hai o non ce l'hai, e sempre Eduardo diceva "el fútbol es la única religión que no tiene ateos". E lui d'altra parte di letteratura cosa ne sa. E che il calcio è poesia ed è possibile metterlo in versi lo pensava pure Alfonso Gatto, foto di Rivera appesa nel suo studio, che di calcio e sport popolare (inteso come schiettamente appartenente al popolo e non solo come fenomeno noto) ha scritto continuamente e ha composto versi sulla malinconia del campionato quasi agli sgoccioli ("I pomeriggi si fanno lunghi/l’aria rabbrividita dagli ultimi freddi/è già luminosa e trasparente dopo le acquate di marzo/c’è una luce di dolce crepuscolo sul campionato").

Ancor meno ne sa Osvaldo Soriano, che ha praticamente scritto solo di calcio, decine di racconti in cui il futbol era protagonista, antagonista, sfondo, presenza, metafora, dolore, amore, e tutte cose di secondaria importanza tanto da non poter dedicare 90 dei nostri minuti settimanali ai suddetti idioti in pantaloncini. E potrei citare altri ignoranti subumani come Pasolini e Sartre, Camus e Salman Rushdie e Pratolini. Peggiore di tutti, incapace perfino di portarsi a casa un Nobel è Jorge Luis Borges, che ebbe l'ardire di affermare "Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio", quando questa storia del giuoco del calcio andrebbe fermata. Per la revolución e per la letteratura.

Pensavo a tutto questo, mentre leggevo alcuni commenti riferiti all'addio di Totti al calcio, commenti che spaziavano da "non è mica morto" al classico "tutto questo dispiacere per un milionario". Sorrido, perché accanto all'epica nostalgica fastidiosa dell'eroe, fedele capitano spesso solo davanti al dischetto, c'è pure la retorica pruriginosa di chi vuole insegnarti cos'è la passione, quale è giusta e quale non lo è, cosa conta e cosa no, cosa deve emozionarti e cosa è superfluo. Insomma, il moralizzatore che ci tiene a guardarti nelle mutande.

Prendiamo volentieri in considerazione le vostre lezioni di vita, però dovreste smetterla di guardare noi stronzi che guardiamo 22 idioti in pantaloncini. 

Avete la rivoluzione da fare e la letteratura da leggere.

domenica 21 maggio 2017

I divorati del grunge: non era una recita


Non era una recita.

Non ci son state teste maciullate né infilate nei forni a gas ché Sylvia Plath non l'ha ispirato fino a questo punto, e non ci son stati poco estetici sovradosaggi di droghe demodé né sangue sparso da una lametta.
E non ci sono "perché" da chiedere nei perché degli altri che se la vita non si giudica figurarsi la morte e però, però, Chris Cornell non pareva quel predestinato agnello sacrificale che avrebbe vinto tutte le battaglie e persa poi la guerra (dice il Dio di Saramago al Gesù ribelle) perché quel ruolo se lo era accaparrato Kurt Cobain e lo ha portato a termine, il suo compito. Il trono era occupato e il posto era preso, e comunque non ci sono perché da chiedere.

E se Andrew Wood era il padre del grunge e lo sapevano tutti, Andrew Wood non ha mai visto la faccia di suo figlio e s'è ammazzato pure lui, a ventiquattr'anni, s'è solo scelto una via più lunga, più distruttiva, meno pulita. La via di Sid Vicious e quella di Layne Staley, Layne che da almeno 8 anni, prima di crepare lo stesso giorno di Kurt Cobain (s'era nel 2002) e essere trovato 2 settimane dopo, reggeva l'anima coi denti e aspettava solo che arrivasse l'ora di andare a dormire e di aver pace.
Ammazzato da quel figlio bastardo e immondo concepito per caso e per caos da Andrew Wood, che sembrava aver dato voce a chi non riusciva più a reggere e invece il tributo per quelle Parole e quella Voce si conta in vite restituite.
E Andrew non ne ha potuto veder la smorfia infame che non dava speranze e non voleva dare una versione edulcorata d'una realtà che a ogni latitudine ti vendeva un pezzetto di morte sfusa e polverizzata. Era questa la soluzione: addormentare, che respirar così ti pesa.

E però gli anni passano e il grunge s'è detto che a un certo punto è morto, è morto quando Kurt Cobain o chi per lui ha lasciato che l'ossessione per la morte prendesse il posto sul trono, dando quello che ci s'aspettava, la fine del romanzo senza possibilità di riprese postume. Ma i figli del grunge di padre morto erano troppi e tutti, tutti, avevano ancora qualcosa da dire e tutti, tutti, s'erano attorcigliati attorno a qualcosa che non dava spazio neanche allo sperar la speranza. Non ti manca forse il padre se non lo hai conosciuto mai e però questi figli, questi figli rimasti, erano affidati alla corrente di un movimento che era nato per morire in fretta eppure è rimasto, se non nei dischi almeno nello stomaco dei sopravvissuti che non stanno sopravvivendo più.

Uno ad uno si stanno alzando dal tavolo e senza salutare in una manciata di minuti smettono di esser figli abbandonati al ghigno diabolico del movimento orfano che evidentemente morir non vuole e si nutre di chi resta ma pochi, pochi ne son rimasti, e quindi avrà ancor poco da fagocitare. Stritolati in una morsa d'autodistruzione che può essere quasi autodeterminazione, voglia di non farsi divorare del tutto ma il risultato è sempre lo stesso: non resta quasi nessuno.

Chris Cornell non aveva bisogno della leggenda per essere riconosciuto come talento perché era dai tempi di Ultramegaok che s'era capito come e quanto Cornell fosse in grado di cantare e, come lui, solo Eddie Vedder. Chris Cornell ha passato la vita a raccogliere amici morti e dopo Andrew Wood, Kurt Cobain, Jeff Buckley (è per lui "Wave Goodbye" da Euphoria Morning"), Layne Staley e Scott Weiland probabilmente pure Chris Cornell s'è stancato di raccogliere e ha preferito esser raccolto.

A raccoglierlo c'è Eddie Vedder che ha sempre sorriso poco e ha sempre avuto quella ruga in mezzo alla fronte profonda come una caverna, mentre Chris Cornell è parso ragazzetto pure la sera prima di appendersi in un bagno d'albergo segnando i 52 sulla carta d'identità. Bello, il più bello di tutti, dicevamo da ragazzine, era bello e era bravo, si diceva mentre si sceglieva quello che secondo noi era il leader di questo movimento maledetto che mai sazio e mai domo e sempre zitto come una dose extra di benzodiazepine continua a mangiarsi i suoi figli al pari d'un Crono, a far mito nel mito.

Muoiono consapevoli divorati dentro o per non farsi divorare ma il concetto resta che loro non restano e noi si sta qui attoniti a maledire quel suono urlato che non dava pace né speranza né voglia di vivere ma ci ha permesso di dirlo al mondo, che si viveva male ovunque.
Il mondo non ha ascoltato, la festa è finita presto, ci si mette l'anima sulle spalle e fino al prossimo pasto il grunge se ne starà tranquillo. Si spera. Quelli da divorare son quasi finiti, quasi, restiamo solo noi a guardare un mondo sempre meno bello e a riprendere i cd, e perfino le cassette che non possiamo più ascoltare ché non s'ha più lo stereo giusto. 

Restiamo qua a guardare i divorati del grunge che non ha misericordia di nessuno e continua a ghignare senza sosta e ad avviluppare chi prova a rialzare la testa e a non restare impigliato nell'ombra di un concetto che fu e mai più sarà. Stanno vincendo le battaglie ogni volta che arriva un compleanno ma il grunge è agonia e perderanno la guerra. 
È questo quello che m'ha insegnato il grunge attraverso i figli che divora.
                                       
Non era una recita, se pure Chris non c'è più.

martedì 4 aprile 2017

Un centro con le vite intorno

San Pietroburgo: la prima pietra che s'era in primavera e son passati appena 314 anni, una città giovinetta, un bocciolo, verdissima ancora, un'idea, il sogno di un pazzo, d'uno che non si staccava dalla tirannia perché le teste sulle picche fan sempre effetto eppure tutto quel dominio che aveva, a lui, non gli bastava mica, a Pietro. Se la sgattaiola in Europa e torna sapendo cosa vuole, lui che alto com'era e moderno com'era veniva visto come l'Anticristo che, ortodossi o meno, serve sempre. C'è un romanzo non finito che parla di lui, omonimo proprio, "Pietro il Grande", scritto da un Tolstoj minore, Aleksej. Un po' a verità e un po' no, ci racconta perché è nata San Pietroburgo, che ha cambiato un po' di nomi ma sempre quella è, da 314 anni.

La narrano costruita letteralmente sui morti, Piter, quelli mandati ai lavori forzati per mettere in piedi in fretta e bene la città-sogno dello Zar, sulle ossa dei deportati, sulla carne degli affamati. E, a memoria, non ricordo una città che sia stata protagonista letteraria tanto quanto Lei. Non Roma, non la Nuova Roma, non Venezia, neanche Londra e Parigi, sempre a far da sfondo, loro, ad enfatizzare sfarzo e miseria, a caratterizzare e non a inglobare, mangiare, ingoiare i personaggi. Vite a prescindere, applicabili ovunque, adattabili ovunque, esistenze comunque.

Quelle di San Pietroburgo, invece, no.

Perché se leggi i russi, San Pietroburgo c'è sempre e non ti spieghi, non sai come sia possibile, che sia esistita una qualsivoglia letteratura russa prima di quella prima pietra di Pietro Primo. Prima di Puskin e di Gogol', di Dostoevskij e di Brodskij, tre su quattro non pietroburghesi e uno tecnicamente di Leningrado, a dirla tutta.

Le notti bianche e la casa di Raskol'nikov, il naso e il cappotto, il Cavaliere di Bronzo e Eugenio, gli appunti di un perseguitato e il cercar di capire chi sia stato il primo a comprendere che Pietroburgo non è uno sfondo, Pietroburgo è protagonista e Prospettiva, è la Storia che si sottomette a Lei e non il contrario, è tutto subordinato a Lei, è un centro con le vite intorno, San Pietroburgo.

E lo era anche ieri, quando hanno pensato che si potessero far saltare in aria persone in una fermata metro chiamata Sennaja Ploščad', zona che Rodion ben conosceva. Così avvezzi ormai da continuare a discutere di altro mentre cappotti insanguinati e persone stese a terra ci passavano davanti. Senza pensare che una bomba a 20 centimetri ti sventra, non resta manco la carne da seppellire.

San Pietroburgo ha subito 300 alluvioni, quasi una per ogni anno trascorso dalla sua alba; un assedio di guerra inutile, quand'era già Leningrado, 900 giorni, più d'un milione di morti, una città che tirava su solo i cadaveri e le barricate, e Piter/Pietrogrado/Pietroburgo/Leningrado/San Pietroburgo è sempre là, protagonista mai sottomessa a nessuna Storia, non incline a subire destini che non le competono e invece ben decisa a segnarne altri, letterari e meno letterari.

E così Iosif Broskij, che a Leningrado è nato e da Leningrado è scappato, perseguitato ("se c'è un motivo d'orgoglio nel mio passato, è d'esser stato detenuto e non soldato") e poeta, poeta che "si mette nei guai non tanto per le sue idee politiche quanto per la sua superiorità linguistica e, implicitamente, psicologica" di Pietroburgo/Leningrado scriveva:
L'anno scolastico termina generalmente con la fine di maggio, quando le Notti Bianche arrivano in questa città per restarvi per tutto il mese di giugno. Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d'ore - è un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada, e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti orlati d'oro, prendono l'aspetto di un delicato servizio di porcellana. C'è intorno una tale quiete che si può udire il tintinnare di un cucchiaino che cade in Finlandia. Il rosa trasparente del cielo è così tenue che l'acquerello cilestrino del fiume quasi non riesce a rifletterlo. E i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c'è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l'acqua.
(Iosif Brodskij, "Fuga da Bisanzio", traduzione Gilberto Forti, Adelphi, 2016)
 "Ogni sogno sarà inferiore a questa realtà": quella realtà sognata e voluta dal Cavaliere di Bronzo 314 anni fa.