mercoledì 15 aprile 2009

La breve vita di un genio: Franz Kafka


“La sofferenza è l'elemento positivo di questo mondo, è anzi l'unico legame fra questo mondo e il positivo”: questo aforisma di Franz Kafka riassume tutta la vita e la concezione dell'esistenza del suo autore.
Kafka nasce il 3 luglio 1883 a Praga, da una famiglia ebrea appartenente alla borghesia. I genitori gestivano un'attività commerciale ed ebbero 6 figli, due dei quali morirono in tenera età. L'unico maschio rimase quindi Franz, mentre le sorelle minori Elli, Valli e Ottla furono deportate e morirono nel campo nazista di Chelmo nel 1942. Nel 1906, dopo essersi interessato alle teorie di Darwin e a quelle socialiste che in quel periodo pre-rivoluzionario animavano molti ebrei dell'Europa orientale, si laureò in Giurisprudenza a Praga. Kafka aveva già iniziato a creare opere letterarie ma vi si dedicava solo nel tempo libero poiché tale attività intellettuale era malvista dal padre. L'ingombrante presenza della famiglia e l'autoritaria figura paterna saranno temi fondamentali nella letteratura dell'autore ceco. Questo senso d'oppressione spinse Kafka a trasferirsi a Berlino nel 1923, ove si dedicò più assiduamente alla scrittura. Intraprese inoltre vari viaggi in diverse stazioni termali nella speranza di curare la tubercolosi contratta nel 1917, senza però ottenere risultati: morì infatti nel giugno del 1924, dopo una terribile agonia, presso il sanatorio austriaco di Kierling.
La vita sentimentale di Kafka ebbe come protagoniste poche donne, la più importante delle quali fu Felice Bauer, sua fidanzata dal 1912 al 1917. Conosciuta a casa dell'amico Max Brod, Kafka ne fa una descrizione poco edificante: orribile dentatura, viso ossuto, aspetto insignificante. In generale, Kafka rifuggiva la carnalità e l'aspetto sessuale dell'esistenza poiché riteneva che spingesse l'uomo verso atteggiamenti animaleschi e poco dignitosi. L'amore per Felice era vero e sincero e lo scrittore si dibatteva tra il senso di colpa per non aver ancora compiuto il suo dovere di figlio e di ebreo (prendere moglie e sistemare in maniera stabile la propria esistenza) e la volontà di continuare il proprio cammino letterario indipendente dalle consuetudini tradizionali. Quando seppe di aver contratto la tubercolosi lasciò la Bauer con la morte nel cuore; l'amico Brod dirà di averlo visto piangere solo in quell'unica occasione. L'ultima donna di Kafka fu Dora Diamant, che rimase con lui un anno, fino alla morte. In lei Kafka rivedeva l'ebraismo puro e sincero e grazie a Dora poté vivere serenamente gli ultimi mesi della sua breve e ricca esistenza.
Le opere più famose di Kafka vennero pubblicate postume grazie a Max Brod che non rispettò le volontà dell'amico. Kafka aveva infatti chiesto che alla sua morte tutti i suoi scritti dovessero essere bruciati e distrutti.
Spiccano, nelle opere, la capacità di Kafka di inserire il grottesco e lo stravagante nella vita ordinaria, l'immedesimazione del protagonista empaticamente legato all'autore, la sua conflittualità con la figura paterna e quella femminile, il disagio e un senso di colpa vago che spinge all'emarginazione e al rifiuto di dogmi e realtà. Molti dei lavori di Kafka restarono incompiuti, come se l'autore, incapace di sanare le fratture della propria anima, non fosse stato in grado di terminare le opere che enfatizzavano e mettevano a nudo tali fratture.
La bibliografia è comunque ricca di racconti, come “La metamorfosi” (1915), “Un medico di campagna” (1918), “La condanna” (1913), “Il digiunatore” (1924), “Nella colonia penale” (1919) e consta anche di tre romanzi: “Il processo” ( 1925), “Il Castello” (1926) e “America” (1927).
Importanti sono inoltre le corrispondenze, principalmente quelle tenute con la fidanzata Felice e con Milena Jesenská, sua amante per un breve periodo. L'epistola più importante resta però senza dubbio la “Lettera al padre” scritta nel 1919, manifesto fondamentale dell'opera e dell'esistenza stessa di Kafka dove l'autore parla senza remore dell'infinita stima e del profondo disprezzo nei confronti del padre, della visione autoritaria del genitore e la consapevolezza di aver ricevuto un'educazione anaffettiva e monca. E' un testo profondamente autobiografico che esula da tutta l'opera dell'autore.

giovedì 9 aprile 2009

Per alleviare insopportabili impulsi-Nathan Englander


La prima opera del giovane scrittore newyorkese è una raccolta di “short stories” , 9 brevi racconti incentrati sulla figura dell'ebreo nel mondo di ieri e in quello contemporaneo. L'autore però offre nuovi spunti e nuovi argomenti ad una letteratura millenaria segnata da secoli di persecuzioni e diaspore. Non cede all'impulso di compiacersi della propria scrittura fortemente suggestiva ed evita il cliché dell'ebreo cresciuto con l'atavico peso del mondo sulle spalle. Tutti i racconti hanno una elegante vena umoristica estremamente sottile, anche quando tratta temi drammatici. Il primo e l'ultimo racconto sono con ogni probabilità i più coinvolgenti.

Nel “Ventisettesimo uomo” Englander tocca un tema poco conosciuto, ovvero le persecuzioni patite dagli ebrei durante il regime di Stalin. Il “ventisettesimo uomo” è un giovane appassionato scrittore, assolutamente sconosciuto, che per un tragico errore finisce nella lista degli “intellettuali sgraditi” a Stalin. Il racconto dell'arresto di tutti i componenti della lista è comico e al tempo stesso assurdo: la polizia costretta ad arrivare per ordine dei superiori alla stessa ora, nello stesso luogo, con i prigionieri catturati in zone diverse dell'immensa Russia. Drammatico è invece il finale, dove Englander in poche righe condensa gli ultimi attimi di vita dei prigionieri, dando prova di avere una profonda forza narrativa, suggestiva e penetrante.

Il racconto che chiude la raccolta, “La nostra saggezza”, è l'unico narrato in prima persona perché il protagonista è lo stesso Englander. Nato nel 1970, alla metà degli anni '90 decide di trasferirsi a Gerusalemme. Qui, resta miracolosamente illeso dopo un attentato che farà decine di vittime. Englander racconta la sua paura, la “sindrome del sopravvissuto”, la forza di un popolo che si sente perennemente sotto assedio e la capacità di tornare alla vita quotidiana.

Tutta la raccolta è attraversata dal tema dell'impulso, dell'urgenza, dell'ossessione: Pinchas Pelovic (“Il Ventisettesimo uomo”) continua morbosamente a comporre il suo romanzo prendendone nota mentalmente anche nella buia prigione dov'è rinchiuso; Ruchama (“La parrucca”), incapace di accettare gli anni che passano e i capelli che sempre più si diradano, finisce per comprare i riccioli di un giovane per creare una parrucca, l'oggetto che la farà tornare di nuovo giovane; Gitta (“Nell'altro senso”) vittima di un infelice matrimonio combinato, prigioniera di un marito che non vuole concederle il divorzio nonostante le minacce e i pestaggi, che fantastica di farlo uccidere e riottenere così la sua libertà dopo 30 anni di disperazione; Dov Binyamin (“Per alleviare insopportabili impulsi”) uomo onesto e retto che ottiene una dispensa dal rabbino per avere un incontro con una prostituta, in attesa che la moglie spontaneamente si riavvicini a lui.

Ogni racconto è una perla di tagliente realtà e tenera comprensione verso quest'umanità tribolata ed infelice. Nathan Englander ottenne ottimi consensi, il libro venne poi distribuito in 8 Paesi.
Leggendolo, non è difficile capirne il perché.