lunedì 7 dicembre 2009

Specchio sporco di una realtà banale

Più passa il tempo e meno capisco.
Non capisco come un tizio privo di talento, carisma, umorismo come Fabio Volo possa essere conduttore di programmi in tv e in radio, attore e scrittore.
"E' bravo perchè descrive la realtà quotidiana di milioni di persone": bel talento, se mi è consentito. A raccontare le ovvietà siamo bravi in parecchi.
Resto sbalordita dalla capacità che hanno gli italiani di recarsi al cinema per sorbirsi due ore di filmetti incentrati su precari, uomini peter pan, adolescenti sbandati.
E in realtà una risposta a questo sudiciume culturale c'è: la malsana e matta voglia di protagonismo.
"Perchè il mio uomo è PROPIO un PITERPAN", "perchè anche io lavoro in un COLLSENTER", "perchè mio CUGGINO sniffa".
Non c'è la voglia nè la volontà di guardare al di là del proprio naso, non interessa a nessuno scoprire un mondo diverso.
Facebook in questo è re indiscusso: le donne incinte che non fanno altro che condividere gruppi imbecilli come "i bambini sono la cosa più bella del mondo". Siamo sei miliardi, direi che un considerevole numero di altre donne prima di loro ha messo al mondo figli senza necessariamente ammorbare l'umanità con le loro diarree, conati di vomito e ecografie. Hai condiviso un gruppo una volta, direi che è sufficiente.
Facebook poi ci informa di un fatto sorprendente:il mondo, cari miei, è pieno di cattivoni.
Amici che ti pugnalano alle spalle senza pietà (e magari nemmeno sapevano di essere "amici"), "fidanzati" che, pur avendo affermato il loro status di padri e mariti, non hanno mollato tutto per portare una diciottenne zoccola alle Maldive, donne che mostravano interesse e che poi....nulla di fatto.
Tragedie immani, insomma. Nascono dunque gruppi per riunire i coglionati al grido di "quelli che odiano le persone false" (chi non si iscrive invece le adora) e contano migliaia di iscritti.
Viene da chiedersi dove sono i cattivi, a questo punto.
Intendiamoci,condividere uno stato d'animo è legittimo e giusto, è lo spirito primario dei social network, ma usare parole altrui per farlo svilisce il sentimento in sè. O no?
Ma cosa ne sanno questi amanti di Moccia e Volo? Di Maria De Filippi e Barbara D'Urso? Di gente che aspetta trepidante la finale di XFactor?
O forse sono io a non capire, a non saper guardare oltre?
Non mi interessa leggere il racconto di una ex impiegata in un call center perchè lo sono stata anche io e so cosa significa. Cosa posso imparare? Cosa devo condividere?
So anche io cosa significa essere disoccupati e spaccare il centesimo, cosa devo sentirmi dire da un precario che quasi invidio perchè alla fine del mese, seppur misero, uno stipendio lo ha? Devo fomentare questa inutile guerra tra "poveri"?
Da cosa nasce questa foga di condivisione, di protagonismo, di esibizionismo di gioie e dolori?
Possibile che le avventure di un ex panettiere semi-analfabeta, graziato da chissà quale santo, che disprezza la cultura accademica e sputa sui sacrifici di milioni di studenti sia più interessante di Dostoevskij?
Possibile che la morbosa voglia di apparire, la smania di voler dire "è il ritratto della mia vita" riesca ad andare oltre la volontà di conoscere i sentimenti di un Ivan Karamazov, imparare il doppio gioco da Emma Bovary, ridacchiare per il "cacazibetto" di Vargas Llosa, scandalizzarsi per Julien Sorel? Impossibile volersi ispirare a Kafka e non a Maicol?
Nessuno si rende conto che non tutti siamo interessanti, non tutte le esistenze sono degne di essere ricordate e raccontate, non tutti siamo migliori di altri, non tutti vengono invidiati, odiati per tale supposta invidia?
Evidentemente no, nessuno se ne rende conto.
Scendete dai vostri piedistalli: non vi sta guardando nessuno.