giovedì 4 novembre 2010

Perché la frase "meglio gay che Berlusconi" è degna del premier

"Ho imparato una cosa in questi 26 anni: quando non sono in grado di arrivare al tuo livello alto, ti criticano per farti vacillare, sperando che, sbilanciandoti, tu scenda un po' da loro, nella mediocrità. Noi non siamo nazionalpopolari, nn siamo san remo. Io e te siamo opera lirica di alta classe che a volte si diverte a ballare la disco music per sapere cosa si prova ad avere l'opinione di tutti. Ma dura un ballo solo, e avviene raramente"

Non devo stare qui a ricordare l'accaduto, B. ha trovato un nuovo modo di rendere ridicolo in nostro paese davanti agli occhi del mondo con questa bella frase degna del partito dell'amore: "meglio guardare le belle ragazze che essere gay".

Facebook, ormai unico indicatore dell'umore della piazza che non va in piazza, risponde subito con "meglio gay che Berlusconi" mostrando come anni e anni di lavaggio del cervello abbiano dato ottimi frutti. La risposta, infatti, è degna  dell'uomo che l'ha provocata. Ripicchetta da bambini, ipocrisia da qualunquisti, solidarietà da buonisti.
Il perché? semplice.

Mi inviti ad uscire, tu, brutto, sporco, puzzolente, ignorante come una capra ma privo di latte utile, discotecaro da 2 soldi, truzzo, bimbominkia over age.
La mia risposta è "piuttosto che uscire con te mi pianterei una balestra in un occhio. Intera".

Dov'è il nesso? Ma siete de coccio! Va bene, il nesso sta nel fatto che solitamente affermare che è  "meglio X che Y" prevede la scelta di un male minore, non una scelta libera di qualcosa di fantastico. Il mio esempio è chiaro: anzichè uscire con te (di per sè una tortura) preferisco diventare orba e forse cadavere, se scavo bene (la morte è più allettante di una serata con te).

Suvvia, non è difficile da comprendere. In mezza giornata c'erano 13 mila persone iscritte ad uno solo di questi gruppi, che si sono poi moltiplicati come le micosi in piscina. Arriveranno a toccare i 100 mila utenti equi e solidali, ma la maggior parte di loro non vota, non legge i giornali, non spulcia le notizie dall'estero per capire come siamo visti dal resto del mondo e, soprattutto, molti di loro quando vedono un gay ne deridono atteggiamenti e abbigliamento. Per non parlare di quelli che "io non ho nulla contro di loro ma le loro cose dovrebbero farle a casa loro" e per "cose" intendono baci e abbracci.
100 mila puri e favorevoli ad unioni di fatto, parificazione delle coppie omo ed etero, favorevoli all'adozione? Non credo. Quindi la loro solidarietà è ipocrita ed inutile, e quando servirà il vero appoggio, la comunità gay resterà di nuovo sola e nell'ombra, come sempre.

Questi "ribaltoni dialettici" ci mettono su un livello infimo; un mio ex compagno di classe disse "meglio un figlio disabile che gay"...quindi cosa dovrei fare per controbattere a tanta ignoranza, fondare il gruppo "meglio gay che disabile"? Io non sono gay e sarei ipocrita se mi dichiarassi tale, semplicemente hanno la mia totale solidarietà e appoggerò qualsiasi tipo di rivendicazione civile. Tra le altre cose, Guzzanti afferma che quella frase è un chiaro messaggio ai suoi elettori, sta recuperando un machismo di destra degno del Duce, in contrapposizione ai "finocchi" di sinistra, da Marrazzo a Vendola. Ma cosa accadrà quando, per recuperare i voti dei gay, fonderà la campagna elettorale sulla paura italiana dello straniero, meglio se zingaro, e affermerà "meglio gay che zingari"? A quel punto fondiamo i gruppi "meglio zingari che gay"? Possibile che la capacità di critica, lo spirito della polemica utile, si riduca a questo?
Nonostante le critiche ricevute, piovute su di me e sulla mia amica Rosy, continuo a ritenere "meglio gay che berlusconi" una frase sciocca, al livello di Berlusconi stesso, dalla caratura intellettuale paragonabile a quella di un bimbo di 4 anni ed estremamente ipocrita. I gay non sono diversi ed è per questo che non è nè meglio nè peggio esserlo. Non esite un orgoglio etero, non esiste un orgoglio capelli biondi, non vedo la necessità di un orgoglio omosessuale se non per ribadire l'assoluto diritto di tutti di sposarsi, di avere diritti civili pieni ed inderogabili. Allora sì alle manifestazioni di orgoglio, di chi non ha nulla di cui vergognarsi, nè tanto meno l'omosessualità dovrebbre rappresentare un motivo per nascondersi e subire.

Per aver detto questo, ho ricevuto l'onoreficenza di "rappresentante del modello culturale che ci circonda quello della prevaricazione, della supponenza, dell'ironia patetica (tipo quella del nano) e della bassa cultura.

Il circo mediatico italiano ha telelobotomizzato il livello generale dell'italiano medio e questi sono i risultati". 

E, visto che non faccio parte della massa iscritta a quei gruppi, sono orgogliosa dell'onoreficenza. Fortunatamente ho sufficiente cultura ed intelligenza da avere idee mie e non dover parlare per solgan da asilo.

sabato 31 luglio 2010

Anni '90

Sarà vero che non senti la mancanza di qualcosa finché non la perdi.
Ho odiato gli anni '90 mentre li vivevo.
Ero troppo piccola per fare quello che volevo e troppo grande per fare quel che mi veniva chiesto.
Ho un brutto carattere o, se volete, ho un "temperamento indipendente" (la citazione non è mia, ma della mia maestra).
Però... no... ho proprio un carattere di merda.
Questo mi porta, se non a sovvertire, quanto meno a mettere in discussione gli anni che vivo, le mode, la musica, la politica, i libri.
Odiavo i '90 eppure il mio gruppo preferito ormai da 15 anni e forse più sono (e resteranno) i Nirvana, simbolo massimo di un'epoca finita.
Odiavo i '90 ma amavo quel fermento, quell'idea nell'aria che potevi respirare e diceva: se puoi sognarlo puoi farlo (altra citazione, forse di Walt Disney)
Odiavo i '90 perché li amavo e sentivo che, nell'epoca futura, avrei sofferto ancora di più il mio non appartenere a "nessun gruppo umano" (ulteriore citazione, di mia madre questa volta).
Le etichette io le apprezzerei anche, se qualcuno me ne sapesse appiccicare una.
Va bene qualsiasi cosa. "Strana" ha un po' perso di significato, nonostante nell'anno del Signore 2010 non manchi mai nella bocca del perfetto estraneo che commenta di me.
Insomma, ho rivalutato i '90. Ho dovuto.
Questa era, questi 2000, sono morti. I '90 son finiti, i 2000 son falliti.
Non hanno prodotto nulla e anche chi, nel decennio precedente, era strabiliante e pieno di talento, oggi spicca sugli altri solo perché questi altri sono un insulto alla musica, o alla letteratura.
Nessuno mai mi farà leggere "La solitudine dei numeri primi" o qualche pseudo-diario di Fabio Volo (sì, cellò còttè, embè?) perché posso rileggere Arundhati Roy. E se mi annoio di lei, torno ancora più indietro, dai russi ai francesi ai connazionali la qualità non manca.
La realtà è che amavo i '90, ma ho dovuto ammazzarli.
Per sopravvivere in quest'epoca ferma, artificiale, piatta, piena di problemi buttati sotto i tappeti di case puzzolenti abitate da gente in putrefazione.

Sarò sempre fuori da ogni epoca, vivrò sempre senza sentire mai mio, fino in fondo, il tempo che ci incatena all'ora, al mese, all'anno. E, non avendone uno, posso sognare di viverli tutti.