venerdì 15 luglio 2011

Quando 60 milioni di Italiani diventarono hijos de puta perché lo disse Diego.




Era l'8 luglio del 1990. La finale del mondiale a Roma, stadio Olimpico. L'Italia c'era andata davvero vicina ad agguantarla, perdemmo ai rigori dopo un pareggio nei 90'. La semifinale con L'Argentina si giocò al San Paolo di Napoli. Diego Armando Maradona a Napoli è ancora Dio, si chiede la grazia a San Gennaro, alla Madonna e a Dieguito, sono passati più di 20 anni e la storia resta la stessa. Ho un racconto in presa diretta di quella semifinale, il racconto di un caro amico che oggi non c'è più e che all'epoca aveva 22 anni. Napoli dista da qui 150 km, una sciocchezza, in macchina è un volo e un ragazzo di 22 anni con gli amici ci va volentieri. Non capita spesso di avere un'occasione del genere.

Arrivati a Napoli cominciano a capire che il clima è ad un passo dal surreale. I napoletani non tifano Italia, tifano Diego. E Diego sarà un grande, sarà il più forte di ogni tempo, sarà il re del San Paolo, ma Diego è argentino. Pensavano di trovare una grande festa tricolore invece vengono guardati come invasori, nemici, gente che vuol male a Diego. S'incazzano, inevitabilmente, e non capiscono come si possa arrivare a rinnegare la propria patria per un campione, seppur immenso. Anche perchè noi italiani siamo patriottici solo durante le partite di calcio, se lisci l'occasione devi aspettare un militare disintegrato su una mina e i suoi funerali solenni. Insomma, brutte cose.

Entrano al San Paolo, se ne stanno per fatti loro, la partita va come va. Finiti i 90 minuti regolamentari sull'1 a 1, si va ai supplementari. Finiti pure quelli, i rigori.
Il mio amico non regge il colpo, è stordito, incazzato, emozionato e per evitare altro stress esce dallo stadio. Va a seguire la telecronaca dei rigori dalla tv di una caserma dei Carabinieri che era nei dintorni del San Paolo. Rannicchiato sui gradini, sudato, nervoso e sconvolto, non solo per le emozioni della partita e il caldo atroce.
L'Italia esce, e non si può nemmeno dire che "va a casa" perché a casa c'eravamo già, anche se Napoli quel giorno sembrava Buenos Aires. Bandiere argentine alle finestre. Gente che faceva caroselli perché Diego era in finale. Un tizio guardò ridendo il mio amico e parlando con un forte accento partenopeo disse "vu ne sit it a casa italiani di merda!".  Maradona aveva dato passaporto argentino a tutta Napoli.

La finale di Roma, però, fu un'altra storia. Prima cosa, ai romani di Maradona non gliene fregava un beneamato. Seconda cosa,  era l'artefice della disfatta italiana in casa, quindi simpatia ce n'era poca. In realtà, Maradona era stimato per il talento, partivano da ogni angolo del Paese per vederlo anche se non tifavano Napoli perché era sempre uno spettacolo a sè,  ma era universalmente riconosciuto dai tifosi avversari del Napoli come un rompipalle polemico. Non che i tedeschi attirassero baci e abbracci, sia ben chiaro, non ho mai sentito nessuno dire "il popolo che mi sta più simpatico al mondo è la gente di Germania" e un motivo, Hitler a parte, ci sarà. Almeno, però, i tedeschi non avevano buttato fuori l'Italia, quindi era un punto a loro favore. E poi, il clima a Napoli in quella sfortunata semifinale era noto al resto d'Italia, e in tanti non l'hanno digerito.

Insomma, si arriva a questa finale. Parte l'inno argentino e viene giù l'Olimpico di Roma, roba che, a distanza di 21 anni, avranno ancora le orecchie che ronzano, tanto erano alti e imponenti i fischi del pubblico. La telecamera passa sulle facce dei giocatori che intonano il loro inno. L'ultimo della fila è Maradona, che non trova di meglio nella sua zucchetta che dire in mondovisione "hijos de puta". Figli di puttana. Carino. Tenero. C'erano altri 10 accanto a lui, ma l'unico ad uscirsene con una bella frase edificante è stato lui, che in Italia ci viveva, che in Italia sfornava figli con chicchessia, che in Italia non pagava le tasse. Una dichiarazione d'amore a 60 milioni di Italiani, tolta Napoli ovviamente.

Quando lo intervistano e lo sento dire che ama l'Italia, mi verrebbe voglia di controllare quanti neuroni sani abbia ancora; Maradona ama Napoli, non l'Italia. Legittimo, non discuto, dormo bene o male a prescindere dal giudizio di un cocainomane sul mio Paese, veramente. Ma è una bugia. Dovrebbe parlare di Napoli, parlare di quello che gli hanno dato i napoletani. Poi parliamo di quello che lui hai dato agli Italiani: un insulto a quanto hanno di più sacro (e lui lo sa) e un'evasione fiscale che oggi ammonta a 35 milioni di euro. Sia chiaro: quello che fa con la sua salute (lui e chiunque altro) è affar suo, e come disse un saggio "Diego non è Maradona grazie alla droga, Diego è Maradona nonostante la droga", nè sminuisco il campione perchè evade le tasse (anche se mi infastidisce). Dovrei dire che i quadri di Caravaggio fanno schifo perché era un assassino? Cazzo, non sono nè la Binetti nè Buttiglione, suvvia. Non è moralismo.

Quando i napoletani si lamentano perchè il loro amato Diego qui non viene più e glielo fanno sapere, lui risponde sempre che "tornerò quando Tizio, o Caio, o Sempronio lascerà Napoli". E i tifosi giù, ad attaccare i malcapitati di turno. Maradona, in realtà, non può mettere piede in Italia perchè tutte le volte che lo fa, la Guardia di Finanza lo aspetta all'aeroporto e gli porta via pure le mutande. Mutande è un'iperbole, ma l'ultima volta gli hanno tolto dall'orecchio un diamante grosso come una noce, per dire. Le mutande, a mio parere, gliele avrebbe lasciate volentieri e spontaneamente. Quando allenerà una Nazionale che dovrà giocare partite ufficiali o amichevoli in Italia, come si dice a Roma, vojo ride. E riderò. Perchè sono una figlia di puttana. Lo dice pure Diego Armando Maradona.