martedì 17 settembre 2013

#AneddotiLetterari - Quell'anno senza estate nacque Frankenstein.


Era l'Anno Senza Estate, il 1816.
Mary Shelley era a Ginevra con suo marito Percy Bysshe Shelley, ospite della sorellastra di lei e del suo amante, Lord Byron. C'è anche lo scrittore John Polidori, con loro. A Ginevra piove, il freddo costringe tutti a restare rintanati in camera, è un maggio senza grazia. Sono tutti giovani, tutti artisti, tutti annoiati dal carcere imposto dal tempo inclemente. Tutto quello che possono fare è leggere storie di moda a quel tempo, un misto di gotico e horror ante litteram, e inventarne di nuove. Mary ha 19 anni, partecipa alle discussioni dell'epoca incentrate sulle teorie di Darwin, l'evoluzione della specie, i timori della manipolazione dell'uomo sulla vita. Probabilmente per questo, nel dormiveglia svogliato di una primavera inoltrata che non esiste, ha davanti a sé l'incubo che le ispirerà uno dei romanzi più famosi di ogni tempo: Frankenstein, o il moderno Prometeo.

"Vedevo a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla "cosa" che aveva messo insieme. Vedevo l'orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all'entrata in funzione di qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo"
Una scommessa, un gioco fra ragazzi, seppur colti e navigati, trasformerà l'incubo di una diciannovenne in un capolavoro assoluto. Quel gruppo vivrà una vita travagliata e, per alcuni, troppo breve.
Percy Bysshe Shelley morirà annegato a Viareggio a 30 anni.
Lord Byron finirà in Grecia i suoi giorni, nel delirio delle febbri, a 36 anni.
A John Polidori toccherà una morte oscura, a 25 anni.
Mary vide la propria fortuna letteraria e la disperazione più nera, incubi ben peggiori di quello che le diede notorietà: perse due figli ancora bambini, ebbe un aborto spontaneo, non vide il marito far ritorno da una gita in barca e morì a 53 anni, dopo una lunga malattia, forse un tumore al cervello. A darle conforto, l'unico figlio sopravvissuto e tanta, immensa stima da parte dei letterati di tutto il mondo per i suoi scritti, non solo il Frankenstein.

Si scriverà tanto sul Frankenstein, sui motivi del successo folgorante che lo ha reso una pietra miliare nel mondo della letteratura.

Perché scava nelle paure più tetre.
Perché non nasconde i lati oscuri, ossessivi e malati della mente umana.
Perché è quel "diverso" che spaventa, attrae, ripugna, che pure è dentro ognuno.
Perché supera i limiti etici, e alza l'asticella del lecito, di fatto sfondandone gli argini.
Perché dovrà sempre esistere un nuovo Prometeo che sfida gli dei, le convenzioni, quel che viene ritenuto certo, per permettere all'umanità di evolvere ancora e ancora.

I motivi sono tanti, il romanzo è più che noto, e le impressioni che ne ricava il lettore sono più personali che mai perché personale e del tutto originale è stata la genesi del romanzo stesso.
Quello che resta, è l'incubo di una giovane donna ad accompagnarci in un eterno che solo la letteratura può regalare.

lunedì 13 maggio 2013

Una mamma lavoratrice in Italia. Nel 1990. La mia.

Ho 29 anni, mia sorella ne ha 32. Mia madre ha sempre lavorato, anche prima di sposarsi, e ancora lo fa.  Mia nonna materna oggi ha 93 anni e quando nacque mia sorella fu alquanto spiccia nei modi: "ti sei fatta una famiglia, te la vedi tu". Nonna paterna era già malata ed è morta quando avevo un anno e mezzo.
Mia madre lavorava tutti i giorni tranne la domenica, usciva di casa alle 07:30, tornava alle 14:00 per pranzare e tre giorni a settimana lavorava anche dalle 15:00 alle 17:00.

Mio padre era un uomo del suo tempo, negli anni 70/80, in casa non sapeva fare assolutamente nulla se non sporcare; era l'unico figlio maschio di 5 figli, il penultimo nato, l'ultimo a sposarsi. Mio nonno morì quando lui aveva 12 anni, mia nonna era già un po' rimbambita e non autosufficiente.
Quando dico che mio padre in casa non sapeva fare nulla non esagero, non aveva idea neanche di dove fossero i suoi calzini e non trovava motivo di saperlo: era compito di mia madre fornirglieli, era così che aveva sempre vissuto.

Sicché mia madre, senza il supporto di mamma e suocera o di un marito che fosse in grado di scaldare un po' di latte, era una vera e reale tuttofare.

Ero asmatica, da piccola. Dovevo fare delle inalazioni quotidiane ma i vari centri erano tutti lontani. Le consigliarono di rendere il bagno una sorta di "stanza dei vapori" e lei, ogni sera, si chiudeva in bagno con me  a respirare vapori che non le servivano. Ad ammalarsi, forse. E sempre ogni sera, lavava casa da cima a fondo perché anche il più piccolo granello di polvere poteva scatenarmi reazioni.

Ogni sera. A mezzanotte. Spostava tavoli e divani, doppio scopettone e straccio, passava avanti e indietro lavando i pavimenti. Da sola. Spolverava tutto. Da sola. Alle 2 di notte andava a letto. Alle 6 era in piedi. Sono stata asmatica fino ai 10 anni. Fate un conto di quante ore ha dormito mia madre fino al 1994.

L'unica luce era suo padre. Mio nonno era un giocherellone, adorava stare con noi. Partì per la Svizzera quando mia madre aveva 9 anni e forse, tramite noi, cercava di recuperare e restituire qualcosa a sua figlia. Stavamo lì da loro durante le vacanze estive: sveglia alle 06:30, mamma che ci accompagnava dai nonni prima di andare a lavorare. A quel tempo anche mio padre usciva molto presto.
Mio nonno si occupava di noi, nonna si limitava a cucinare i pasti. Alle 14:00 passava a prenderci mia mamma e si tornava a casa.

Quando avevo 7 anni, mio nonno morì. Mia nonna, di nuovo, non lasciò dubbi sulle sue intenzioni: regalò tutti i piatti e i bicchieri dicendo "ormai sono vecchia e sola, non servono più". Durante la scuola andavamo a casa dei nonni con il bus e pranzavamo lì. Ora che nonno era morto non potevamo più e mia madre doveva cercare una soluzione per il periodo scolastico e per quello estivo. Di lì a poco mia sorella iniziò le scuole medie, usciva alle 13:30; la sua scuola era a due passi dall'ufficio di mia madre, quindi tornavano insieme alle 14. Io uscivo alle 12:40, veniva papà e cucinava lui.

Vi descrivo la scena: sul tavolo c'era la pasta già pesata per noi due (un bel po' di pasta, mangiavo come un vitello), la pentola piena di acqua da mettere sul fuoco, il sugo preparato la sera prima (rigorosamente di carne, non ha mai comprato un sugo pronto in vita sua), la manciata di sale in un bicchiere.

Il discorso tipo era:

"Papàààààààà c'ho ffffaaaameeeee"
"Eh, tira la coda al cane che ti dà pane e salame"
"Papààààà non parlare di salameeeee che c'hoooo ffffameeee". 

Diciamo che per il periodo scolastico, dunque, mia madre aveva trovato una soluzione. L'estate, però, incombeva. Cercò una baby sitter, a pagamento ovviamente. La prima scelta fu una sua cugina, nostra vicina di casa. Odiavamo stare lì ma non glielo abbiamo mai detto. Però lo notò da sé e cercò un'altra soluzione. Ci spostammo poco distanti da casa, da una ragazza che viveva a 100 metri da una sorella di mio padre. Lì era bello, lì era divertente: c'erano i cuginetti e la ragazza era simpatica. Sua madre ci faceva i biscotti. Durò poco, però, perché decise di iscriversi all'università e andò via. 

Mia madre chiese allora ad una nipote di mio padre, una nostra cugina che (all'epoca) ci piaceva molto, anche se non era nemmeno maggiorenne, credo. Veniva lei a casa, ci aiutava con i compiti delle vacanze, ci metteva lo smalto, ci portava a passeggiare. Poi, quando avevo circa 10 anni, trovò lavoro come infermiera e mia madre iniziò a cercare di nuovo qualcuno.

Le chiedemmo di non farlo. A 10 anni sapevo stirare, stendere, cucinare, sistemare casa. Mia sorella anche. Non avevamo bisogno di balie, io badavo a mia sorella, mia sorella badava a me.

Non voglio immaginare i sensi di colpa di mia madre. Non voglio immaginare con quale groppo in gola usciva di casa. In tutto questo, specifico un fatto di importanza capitale: non ho mai sentito la mancanza di mia madre. Non mi sono mai sentita sola o abbandonata. Questo è un suo merito.
Sapeva esserci sempre. Solo oggi capisco con quanti salti mortali. Mia madre ha educato due figlie e un marito, perché oggi mio padre sa benissimo dove sono i suoi calzini e se li vuole, alza le chiappe e va a prenderli. Sa cucinare un piatto di pasta senza più dover avere la mappa sul tavolo. Non sarà roba da master chef, ma può sfamarsi.

Prima ho scritto che a 10 anni sapevo lavare, stirare, cucinare. E' vero, ma mia madre non mi ha mai insegnato e nemmeno costretto. Semplicemente, quando era a casa e doveva fare tutto, voleva comunque tenerci vicine e ascoltare i nostri racconti.

E quindi:

"Ninette, andiamo su a rifare i letti e mi dite cosa avete fatto oggi a scuola?"

"Patate, vi sedete qui con mamma a pulire i fagiolini? Hai fatto pace con Virginia?"

"Amori, passo lo straccio, mettetevi sul divano, tirate su i piedini e dite un po' a mamma della recita di fine anno"

Mia madre non aveva tempo per il parrucchiere, la palestra, lo shopping, l'estetista. Oggi è normale che una donna si ritagli del tempo per se stessa, mia madre non solo non lo concepiva, ma nemmeno la realtà che viveva glielo lasciava supporre.
Oggi è anche normale che una donna lavori. Ma mia madre lavorava prevalentemente con uomini e ha dovuto tenerli a bada, ha dovuto combattere per farsi ascoltare, ha dovuto tenersi certe umiliazioni perché non trovava appoggi nemmeno tra le donne. Mio padre ha quasi spaccato la faccia ad un maresciallo che, raccontando di una denuncia di una moglie picchiata, disse:

"che ci volete fare, 'ste femministe. Un marito se ti dà uno schiaffo ha le sue ragioni, ma 'ste femmine che lavorano sono tutte troie".

Ma oggi i dirigenti, anche quelli in pensione, che mi incontrano e si ricordano di me, continuano ad elogiare il lavoro di mia madre. Continuano a dirmi che di lavoratrici come lei non ne esistono, e quando poi parlano con me o mia sorella per cinque minuti, stringono la mano a mia madre e le dicono "come hai fatto a fare tutto? Non hai mancato in nulla".

Che orgoglio. Non ve lo so descrivere. 

Se ho una mente libera da ogni pregiudizio, lo devo a lei. 
Se ho mille interessi e nessuno è diviso per genere, lo devo a lei. E a mio nonno, "perché non esistono cose da uomini e cose da donne".
Se sono onesta nel riconoscermi difetti e nel rapportarmi alle persone, lo devo a lei.
Se non mi arrendo mai e ridimensiono le difficoltà, lo devo a lei.
Se non ho paura di avere un'opinione, lo devo a lei.
Se sono indipendente e so badare a me stessa,  dal cucire al ricollegare i fili bruciati di una lampada, lo devo a lei.
Se sono interista, lo devo a lei.
Se ho questa passione smodata per i libri, lo devo a lei.
Quando sono maleducata, scontrosa, acida, volgare lo devo comunque a lei, perché mi ha sempre insegnato ad assumermi la responsabilità di parole e azioni e accettare ciò che da queste parole e azioni deriverà.

Nonostante fosse una studentessa brillante, mia nonna la ritirò da scuola a 16 anni e la mandò a lavorare. Era tramite i libri, tutti i tipi di libri, che continuava la sua formazione.
E la nostra formazione è disordinata, è fatta di Teresa Raquin e John Grisham, benché io abbia studi regolari alle spalle. Perché vivere con una mamma così significava dominare un piccolo caos e farne parte allo stesso tempo.
Mia madre non si è mai arrabbiata per un bicchiere rotto, un letto non rifatto, una macchia su una maglia. I pantaloni sporchi d'erba per lei erano un piacere perché sapevano di giochi spensierati.
Mia madre faceva le scivolate in casa con noi, con i nostri amici. E quando andavano via dicevano "ammazza, quanto è  forte mamma tua!"

Oggi voi donne, mamme, lavoratrici, fate bene a pretendere un walfare che vi permetta di non essere schiave né del lavoro né della famiglia, che vi permetta di poter andare a fare una passeggiata e leggere un libro senza dovervi sentire meschine.
Fate bene a pretendere di non dover girovagare alla ricerca di qualcuno che badi ai vostri figli mentre voi state lavorando.
Non so se oggi sarei la donna che sono, se mia madre non fosse stata una mamma lavoratrice. Non so se avrei le stesse qualità, ma di certo avrei gli stessi difetti.
Mia madre, il suo lavoro, la passione per quello che fa, ancora oggi, dopo 38 anni mi hanno reso una persona migliore.
Il non volersi vedere relegate in ruoli stretti, non volersi conformare a quello che altri hanno stabilito per te, la realizzazione professionale indivisibile da quella personale, questo è il lascito di mia madre alle sue figlie.
Questo è il lascito di mia madre anche a tutte le donne italiane di oggi, quelle che potrebbero essere figlie sue.

Ricordatevi di lei, quando avete un'ora da dedicare a voi stesse e nessuno vi punta il dito contro. Dedicatele un sorriso.

E comunque, i miei compagni avevano ragione da vendere: ammazza, quanto è forte mamma mia.

sabato 27 aprile 2013

Una storia rock venuta male. Forse.

Gli anni '90 sono stati anni molto strani, accadevano cose strane e aveva successo gente strana. Non inizierò ad incensare quel glorioso decennio da me tanto amato e non provate voi, oh mendaci mortali, ad infangarlo. Non starò qui, poi, a farvi la blogcronaca di tutti i generi musicali nati allora. Voglio solo raccontarvi una storia di rock. Una storia di rock strana, com'è giusto che sia.

Momento Carlo Lucarelli. Suspance.

Nel 1990 uscì il disco di una band destinata a diventare famosissima per una sola canzone: "More than words". Era una ballata tagliavene di lui che diceva a lei "zitta, che parli a fare? Agisci per farmi capire che mi ami, se me lo dici e basta non è sufficiente" (riassunto del testo).
Ora, il look dei componenti era tipico dell'epoca: bei ragazzotti dai lunghi capelli, utili da agitare nelle canzoni heavy più cattive. Perché, in realtà, gli Extreme erano un gruppo hard rock, mescolavano funk e metal in maniera un po' più dura dei Red Hot. 
Il disco che conteneva More Than Words aveva, ovviamente, un titolo: "Extreme II: Pornograffitti". Questo titolo avrà scioccato tutti i quattordicenni brufolosi che andavano a comprare il disco per limonare male in cameretta con la compagna di classe mentre mamma preparava la cena. E forse ha scioccato pure la mamma, chissà. Fatto sta che il disco lo comprarono in molti, gli Extreme fecero un tour mondiale e nel 1996 la band si sciolse. 
Niente di strano, routine nel rOutilante mondo del rock, è già tanto che siano ancora tutti vivi, per dire. A distanza di 23 anni, le radio passano ancora la canzone. Tutti, ma davvero tutti, la conoscono. Non hanno idea di chi sia, forse, ma la conoscono eccome.

Arrivo al punto. 

Ascolti un certo tipo di musica, ti considerano un musicista di talento, ti fanno incidere dei dischi, hai in qualche modo portato un suono innovativo nel mondo del metal e cosa ricordano di te? La ballata banalotta voce+chitarra e il video in bianco e nero. E lo so che i soldi sono arrivati, e tanti. E lo so che il successo è arrivato e andato, e ti basta. 
Ma non resta sempre un fondo di amarezza?
Non ti chiedi "se solo non l'avessi scritta?"
Non pensi, a volte, che sarebbe stato meglio avere un successo minore ma costante basato sul vero stile della band e non questo exploit bruciato in pochi anni?

Ma soprattutto, come curavate quelle belle chiome sane? Olio di argan? E per le doppie punte?

Vorrei sapere, dopo 23 anni.