lunedì 9 novembre 2015

La storia del mercante e Pierre Bezuchov

Da un pezzo Pierre conosceva la storia. Karataev gliel'aveva raccontata almeno sei volte, e ogni volta con una gioia particolare. Ma per quanto Pierre la conoscesse bene, ora l'ascoltava come se si trattasse di una cosa nuova e quel quieto entusiasmo, che evidentemente provava Karataev nel raccontare, si comunicò a poco a poco anche a lui. 

Era la storia di un vecchio mercante che viveva una vita virtuosa e in grazia di Dio con la famiglia e che una volta, con un compagno, un ricco mercante, si era recato in pellegrinaggio a San Macario. Fermatisi in una locanda, i due amici si erano addormentati e il giorno dopo il compagno del mercante era stato trovato con la gola tagliata e derubato di tutto. Un coltello insanguinato era stato rinvenuto sotto il cuscino del vecchio mercante, che era stato processato, fustigato e, dopo che gli furono strappate le narici "secondo le regole" diceva Karataev, mandato al bagno penale. - Ed ecco, fratello mio... - (a questo punto del racconto era arrivato Pierre) - ...che da quel fatto passarono più di dieci anni. Il vecchietto è sempre ai lavori forzati. Vive sottomesso, non fa niente di male e prega continuamente Dio di farlo morire. Bene. Una notte i forzati si riuniscono, così come noi adesso, e il vecchietto è con loro. E il discorso cadde sul perché ognuno era lì a soffrire e di che cosa era colpevole davanti a Dio. Cominciarono a raccontare: uno aveva un assassinio sulla coscienza, un altro ne aveva due; quello aveva appiccato un incendio, quell'altro era un fuggiasco, così, senza ragione. E chiesero allora al vecchietto: "Tu, nonnino, perché sei qui a soffrire?". "Io, fratelli miei cari", dice il vecchietto, "soffro per i peccati miei e anche per quelli altrui. Non ho ucciso nessuno, non ho rubato la roba degli altri perché, anzi, vestivo i fratelli poveri. Io, fratelli miei, sono un mercante e possedevo una grande ricchezza". Così e così, dice. E raccontò con molti particolari come si svolse la cosa. "Io", dice, "non mi affliggo per me, vuol dire che Iddio è venuto a cercarmi. Ho solo un rimpianto: la mia vecchia e i miei figliuoli...". E il vecchierello si mise a piangere. Caso volle che in quel gruppo si trovasse proprio l'uomo che aveva ucciso il mercante. "Dove, nonnino, è accaduto questo fatto? Quando, in che mese?". Tutto gli domandò, mentre il cuore cominciava a dolergli. Si avvicinò al vecchierello e giù... gli cadde ai piedi. "E' colpa mia, vecchietto, se ti trovi qui a penare... E' la pura verità: quest'uomo soffre a torto, senza alcuna colpa. Io, io sono stato a compiere il delitto e a nascondere il coltello sotto il cuscino di lui che dormiva. Perdonami, nonnino, perdonami, per amore di Cristo!" Karataev tacque, sorridendo con gioia e, guardando il fuoco, accomodò le braci. - E il vecchierello dice: "Dio ti deve perdonare, perché davanti a Lui siamo tutti peccatori, io peno per i miei peccati". E scoppiò in lacrime amare. 

Cosa credi, falchetto? - disse Karataev, raggiante di un sorriso sempre più luminoso, come se in ciò che stava per dire adesso fossero contenuti il fascino e il significato di tutto il racconto. - Cosa credi falchetto? L'assassino confessò tutto alle autorità. "Io", dice "ho ucciso sei persone" (era un grande mascalzone), ma, soprattutto, mi dispiace per questo vecchierello. Non deve più piangere per colpa mia". Si denunziò, scrissero, mandarono una carta, tutto come si deve. Ma era un posto lontano, e passò molto tempo prima che si rifacesse il processo, prima che fossero spediti tutti gli incartamenti necessari per informare le autorità. Si giunse finalmente allo zar. Intanto arrivò l'ordine dello zar: liberare immediatamente il mercante, dargli una ricompensa, quello che avevano deciso laggiù. Giunse la carta e incominciarono a cercare il vecchio. Dov'è quel vecchietto che ha sofferto, pur essendo innocente? E' arrivata la carta dello zar. E continuarono a cercare. - (Il mento di Karataev tremava). - Ma Dio gli aveva già perdonato: era morto. Proprio così, falchetto! - concluse Karataev e a lungo, in silenzio, rimase a fissare nel vuoto. 

Non il racconto in sé, ma il suo misterioso significato, la gioia entusiastica che brillava sul volto di Karataev mentre raccontava, il significato misterioso di quella gioia, colmavano di vaga letizia l'animo di Pierre.


Lev N. Tolstoj, Guerra e Pace, 1865-69

martedì 27 ottobre 2015

Sylvia Plath e il forno a gas

Sylvia Plath non voleva morire, dicono.
Ha spalmato il burro sul pane, ha scaldato il latte, ha portato la colazione ai figli, poi ha sigillato porte e finestre, ha acceso il forno a gas e c'ha infilato la testa dentro. Ha lasciato un biglietto con il numero del medico e sapeva che quella mattina avrebbe ricevuto una visita.
Questo basta per affermare che Sylvia Plath voleva solo attirare l'attenzione sul suo dolore, ma non morire davvero. A morire c'aveva già provato, poi è stata ricoverata, curata, ha preso la laurea, s'è sposata, ha messo al mondo un paio di figli.
Fatto sta che Sylvia Plath è morta a 30 anni, in ginocchio, con la testa nel forno. Se non avesse voluto morire, non si sarebbe inginocchiata davanti al forno acceso, ma io son semplice.

"Dying is an art, like everything else. I do it exceptionally well.
I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I've a call".

È morta senza voler morire pur essendo convinta di farlo benissimo, perché alla fine moriva ogni giorno da quand'era nata.
Come tutti, ma non proprio tutti.
Sylvia Plath nasceva oggi, nel '32, e moriva sola e intossicata nel febbraio del '63, probabilmente perché ha desiderato e ottenuto solo le cose che, alla fine, l'hanno distrutta.
Come tutti, ma non proprio tutti.
Alla fine sarà vero che se sei sano di mente, pensi almeno una volta nella vita a sigillare porte e finestre e accendere il forno. Peccato che ormai sono tutti elettrici e bisogna campare.

mercoledì 14 ottobre 2015

Cominciare e non finire: Franz Kafka re dei procrastinatori



Questa è la storia di un uomo che non era bello ma accanto a sé aveva mille donne, pur non potendo ancora cantare le canzoni dei Beatles. Uno scarafaggio lo ha reso abbastanza celebre e ha spinto zelanti psichiatri a schiaffarlo nella categoria degli schizoidi con disturbo della personalità e, perché no già che ci siamo, avrebbe sofferto anche di anoressia nervosa. Nel 1917 a Franz Kafka viene diagnosticata la tubercolosi che lo mangerà vivo. Muore a 39 anni, praticamente di fame per non poter più deglutire, tra sofferenze indicibili. Ha un amico carissimo, Max Brod, al quale chiede una cosa sola, e gliela chiede ufficialmente, in un testamento: bruciare tutto quello che ha scritto fino a quel momento e tutte le lettere ricevute da altri. C'aveva già pensato lui, a Berlino, mentre viveva con Dora Diamant, a bruciare manoscritti di ogni tipo.
Max Brod è stato un pessimo amico e non ha rispettato le ultime volontà di Kafka. Non solo non ha dato alle fiamme gli scritti di Franz, ma li ha pure pubblicati, sotto sua supervisione, aggiungendo e togliendo parti di romanzi e racconti mai completati dallo scrittore. Passava ore e ore a scrivere, il caro Franz, cambiò addirittura lavoro per poterlo fare con più agio, e non terminò mai un romanzo.

Franz re dei procrastinatori, Franz personificazione del motto "lo faccio dopo", Franz uno di noi.

Kafka, in vita, era un autore sconosciuto e, a suo modo, è stato un personaggio dei filmetti di Fabio Volo, solo a Praga, solo in lingua tedesca, solo dotato di un intelletto spaventoso. Ha avuto almeno due fidanzate ufficiali, si divertiva ad andare per bordelli, dava bottarelle un po' qui e un po' lì, si considerava ripugnante mentalmente e fisicamente e sempre sull'orlo del fallimento sessuale, eppure Kafka, tutto sommato, c'ha dato dentro.
Riteneva giusto anche sposarsi e fare figli, come s'addiceva a ogni buon ebreo, ma non lo fece mai. Iniziò pure una storia con una donna sposata, Milena Jasenskà, alla quale Franz regalò i suoi diari e a cui destinò molte lettere, raccolte e pubblicate. Milena e tutte le sorelle di Kafka morirono in un campo di sterminio nazista, Franz morì nel 1924, distrutto, sfinito, senza aver mai raggiunto quella gloria che gli spettava (ma che non ha mai cercato) in quanto genio assoluto, perché questa storia che uno sano di mente non possa calarsi in situazioni mentalmente assurde è un limite posto arbitrariamente alla creatività umana.
Kafka poteva, Kafka sapeva farlo, cosa rara, certo, perché il genio è raro, che discorso è?
A me non riesce la maionese, ma esiste, devo considerare psicopatici tutti quelli che riescono a prepararla?
Neanche Dora rispettò le volontà di Franz, non bruciò i manoscritti e le lettere in suo possesso, ma vennero sequestrate dalla Gestapo nel 1933 e andarono perdute. Quanto meno, non c'ha lucrato, però è anche vero che senza l'egoismo (o la reale voglia di diffondere le opere dell'amico) di Max Brod, non avremmo mai conosciuto due degli incipit più famosi della storia della letteratura:

Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo
Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato
Kafka avrebbe voluto terminare i suoi romanzi e non lo fece.
Kafka avrebbe voluto sposarsi e non lo fece.
Kafka avrà pensato, come tutti noi, di avere tempo, e non lo ebbe.
Franz re dei procrastinatori, Franz personificazione del motto "lo faccio dopo", Franz uno di noi.
Il punto è che noi non abbiamo nulla da far bruciare e non siamo Franz Kafka, non abbiamo nulla di degno da lasciare ai posteri e dovremmo, probabilmente, fare qualcosa di buono finché siamo ancora capaci di respirare e deglutire, senza pensare d'aver tempo, perché spesso non lo abbiamo.

venerdì 9 ottobre 2015

Del modo in cui Saramago ti fa sentire giustamente idiota

C'è un punto, verso la fine de "Il Vangelo secondo Gesù Cristo", in cui Gesù si trova seduto su una barca, con Dio e il Diavolo. Gesù cerca di far leva sull'amore dell'illustre genitore per fare in modo di non finire dolorosamente crocifisso come l'ultimo degli stronzi, vista anche la parentela d'un certo prestigio. Gesù ci prova, argomenta, mostra come sarebbe più utile da vivo che da morto, fa notare il nutrito codazzo che s'è formato in quei pochi anni di predicazione, ma niente. Dio ha già stabilito di sacrificarlo, esattamente come farebbe con l'ultimo degli stronzi, perché il marketing del dolore tira e lo ha sempre fatto. A posteriori, non possiamo che dare ragione a Dio, visto il miliardo di clienti affezionati al brand.
Dio durante la discussione parla poco, tanto è Dio e ha deciso, che vuoi discutere, di pizzeffichi, però ad un certo punto la cosa saggia la dice, sparata dritta dritta in faccia a Gesù, che non la smetteva di vantare e contare i suoi successi.
La frase è: «vincerai tutte le battaglie, ma perderai la guerra».
Come tutti. C'affanniamo, ma tanto finiremo tutti per perdere la guerra. Non avremo neanche il conforto di vincere tutte le battaglie, tra l'altro. Perderemo spesso, perderemo tanto, per arrivare all'ultima tappa e fallire in modo ancora più rovinoso e decisivo.
Perderemo spesso, perderemo tanto.
Crocifissi o meno, perderemo tutti, come l'ultimo degli stronzi.

domenica 4 ottobre 2015

Tutto quello che so della vita l'ho imparato dai romanzi russi



Tutto quello che so della vita l'ho imparato dai romanzi russi.
Anzi, meglio: tutto quello che vale la pena sapere della vita, l'ho imparato dai romanzi russi.
Le donne hanno sempre spalle tornite, gli uomini hanno sempre dei bellissimi riccioli.
Il peccato è terribile, mina il fisico e la mente, ma c'è sempre redenzione, c'è sempre la possibilità d'essere felici di nuovo, d'essere perdonati tra baci e lacrime.
C'è sempre un samovar anche nelle case più povere e il contadino è astuto, duro, selvatico ma fedele al padrone, anche quando cerca di fregarlo. L'epilessia colpisce i russi come fosse un raffreddore e se passeggi sulla Prospettiva Nevskij ti capiterà sicuramente un fatto curioso, magari ti ritrovi un naso che ti cammina accanto.
Ad un certo punto, se senti e vivi, devi ammalarti di febbre, febbre morale che annienta il corpo, e devi avere delle visioni precise, che ti permetteranno di capire quanto fai schifo. Ma poi, alla fine "a tutto s'abitua quel vigliacco ch'è l'uomo".
Si vive in casa di ricchi sconosciuti, si hanno rendite di migliaia di rubli (il più morto di fame non meno di 10.000), c'è il patronimico che è tanto regale ma c'è anche il continuo uso del vezzeggiativo, tenerissimo e altrettanto elegante.
Io sarei Liza Genricova (credo), ma più probabilmente sarei Lizochcka.
A me la febbre morale verrebbe, forse avrei pure lo sguardo luccicante, l'espressione imbronciata, il labbro tremante, una ruga verticale al centro della fronte, capelli raccolti in due bande laterali e fermate sulla nuca da un fermaglio di diamanti (ho imparato anche questo: non sarei una serva e avrei patrimonio, rendite, tenute a Kazan, andrei in campagna, avrei almeno 20.000 anime, ma abiterei normalmente a  Pietroburgo, meno soffocante e polverosa rispetto a Mosca).
Canterei un'aria italiana mentre mio fratello suona il cembalo, perché si deve sempre cantare per gli ospiti, si deve sempre andare ad un ballo, ci mancherebbe altro.
Parlerei francese, perché "come si può dire questo in russo?", e andrei "alla ricerca della mia Tolone".
I romanzi russi m'hanno insegnato che c'è la bellezza intera e pura, e quella che brilla sotto la spazzatura.
M'hanno insegnato che la bellezza fisica a volte è lo specchio dell'anima, altre volte è lavoro del diavolo.
M'hanno insegnato che il diavolo non vince mai, anche quando ha un occhio verde e uno nero.
M'hanno insegnato cosa è opportuno e cosa non lo è.
M'hanno insegnato che un samovar è proprio necessario, anche se su amazon costa 132 euro, in rubli non saprei.

M'hanno insegnato che alla fine ci salveremo tutti, perché non si salva mai nessuno.
Probabilmente l'unica cosa della vita che valga la pena sapere.

venerdì 28 agosto 2015

Ritratto d'un amico



Natalia Ginzburg su Cesare Pavese:

«La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’è qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi. Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi che ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora, abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e piú grande: e se ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza rammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo piú viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atrio della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo piú ragione di stare; perché qui a casa nostra nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle mattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione e fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco, che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle piante; la neve, nelle strade e sui viali, è stata spalata e radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l’orologio del galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un quarto. Di là dal fiume s’alza la collina, anch’essa bianca di neve ma chiazzata qua e là d’una sterpaglia rossastra; e in vetta alla collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare, che fu un tempo l’Opera Nazionale Balilla. Se c’è un po’ di sole, e risplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiume scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è un’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffè piú appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei suoi versi, la città:

Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo...


I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure piú se siano bei versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l’immagine della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e scoprimmo, con profondo stupore, che anche della nostra grigia, pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse cosí. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di decidere se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi a un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsentí a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio margine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e non dormiva mai.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c’era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quando si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro. Diventavamo, in sua compagnia, molto piú intelligenti; ci sentivamo spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di migliore e di piú serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona cosí confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente piú meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno, un modo cosí brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era, lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel separarsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava. Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti: perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’erano lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte, nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si faceva, con gli anni, sempre piú complicato e tortuoso; cosí tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principi cosí aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà piú semplice: e quanto piú proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto piú profondo in lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche volta, cosí triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo piú elementare e respirabile: ma non ci riuscí mai d’insegnargli nulla, perché quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adolescente. Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò in nulla le sue abitudini schive, né la modestia della sua attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato, significava che la cosa raggiunta non gli dava piú nessuna gioia: perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosí a fondo, che essa non gli offriva piú nessun segreto: e non offrendogli piú segreti, non lo interessava piú. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo piú segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi, mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e cosí non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze.
È morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi. Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati cosí come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.


Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie, l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al margine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci piú bene e di accudirci e proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era piú che mai presente, su quella proda della collina.

Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come un mare notturno è quest’ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.»


Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, (ultima edizione Einaudi 2012).