martedì 27 ottobre 2015

Sylvia Plath e il forno a gas

Sylvia Plath non voleva morire, dicono.
Ha spalmato il burro sul pane, ha scaldato il latte, ha portato la colazione ai figli, poi ha sigillato porte e finestre, ha acceso il forno a gas e c'ha infilato la testa dentro. Ha lasciato un biglietto con il numero del medico e sapeva che quella mattina avrebbe ricevuto una visita.
Questo basta per affermare che Sylvia Plath voleva solo attirare l'attenzione sul suo dolore, ma non morire davvero. A morire c'aveva già provato, poi è stata ricoverata, curata, ha preso la laurea, s'è sposata, ha messo al mondo un paio di figli.
Fatto sta che Sylvia Plath è morta a 30 anni, in ginocchio, con la testa nel forno. Se non avesse voluto morire, non si sarebbe inginocchiata davanti al forno acceso, ma io son semplice.

"Dying is an art, like everything else. I do it exceptionally well.
I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I've a call".

È morta senza voler morire pur essendo convinta di farlo benissimo, perché alla fine moriva ogni giorno da quand'era nata.
Come tutti, ma non proprio tutti.
Sylvia Plath nasceva oggi, nel '32, e moriva sola e intossicata nel febbraio del '63, probabilmente perché ha desiderato e ottenuto solo le cose che, alla fine, l'hanno distrutta.
Come tutti, ma non proprio tutti.
Alla fine sarà vero che se sei sano di mente, pensi almeno una volta nella vita a sigillare porte e finestre e accendere il forno. Peccato che ormai sono tutti elettrici e bisogna campare.

mercoledì 14 ottobre 2015

Cominciare e non finire: Franz Kafka re dei procrastinatori



Questa è la storia di un uomo che non era bello ma accanto a sé aveva mille donne, pur non potendo ancora cantare le canzoni dei Beatles. Uno scarafaggio lo ha reso abbastanza celebre e ha spinto zelanti psichiatri a schiaffarlo nella categoria degli schizoidi con disturbo della personalità e, perché no già che ci siamo, avrebbe sofferto anche di anoressia nervosa. Nel 1917 a Franz Kafka viene diagnosticata la tubercolosi che lo mangerà vivo. Muore a 39 anni, praticamente di fame per non poter più deglutire, tra sofferenze indicibili. Ha un amico carissimo, Max Brod, al quale chiede una cosa sola, e gliela chiede ufficialmente, in un testamento: bruciare tutto quello che ha scritto fino a quel momento e tutte le lettere ricevute da altri. C'aveva già pensato lui, a Berlino, mentre viveva con Dora Diamant, a bruciare manoscritti di ogni tipo.
Max Brod è stato un pessimo amico e non ha rispettato le ultime volontà di Kafka. Non solo non ha dato alle fiamme gli scritti di Franz, ma li ha pure pubblicati, sotto sua supervisione, aggiungendo e togliendo parti di romanzi e racconti mai completati dallo scrittore. Passava ore e ore a scrivere, il caro Franz, cambiò addirittura lavoro per poterlo fare con più agio, e non terminò mai un romanzo.

Franz re dei procrastinatori, Franz personificazione del motto "lo faccio dopo", Franz uno di noi.

Kafka, in vita, era un autore sconosciuto e, a suo modo, è stato un personaggio dei filmetti di Fabio Volo, solo a Praga, solo in lingua tedesca, solo dotato di un intelletto spaventoso. Ha avuto almeno due fidanzate ufficiali, si divertiva ad andare per bordelli, dava bottarelle un po' qui e un po' lì, si considerava ripugnante mentalmente e fisicamente e sempre sull'orlo del fallimento sessuale, eppure Kafka, tutto sommato, c'ha dato dentro.
Riteneva giusto anche sposarsi e fare figli, come s'addiceva a ogni buon ebreo, ma non lo fece mai. Iniziò pure una storia con una donna sposata, Milena Jasenskà, alla quale Franz regalò i suoi diari e a cui destinò molte lettere, raccolte e pubblicate. Milena e tutte le sorelle di Kafka morirono in un campo di sterminio nazista, Franz morì nel 1924, distrutto, sfinito, senza aver mai raggiunto quella gloria che gli spettava (ma che non ha mai cercato) in quanto genio assoluto, perché questa storia che uno sano di mente non possa calarsi in situazioni mentalmente assurde è un limite posto arbitrariamente alla creatività umana.
Kafka poteva, Kafka sapeva farlo, cosa rara, certo, perché il genio è raro, che discorso è?
A me non riesce la maionese, ma esiste, devo considerare psicopatici tutti quelli che riescono a prepararla?
Neanche Dora rispettò le volontà di Franz, non bruciò i manoscritti e le lettere in suo possesso, ma vennero sequestrate dalla Gestapo nel 1933 e andarono perdute. Quanto meno, non c'ha lucrato, però è anche vero che senza l'egoismo (o la reale voglia di diffondere le opere dell'amico) di Max Brod, non avremmo mai conosciuto due degli incipit più famosi della storia della letteratura:

Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo
Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato
Kafka avrebbe voluto terminare i suoi romanzi e non lo fece.
Kafka avrebbe voluto sposarsi e non lo fece.
Kafka avrà pensato, come tutti noi, di avere tempo, e non lo ebbe.
Franz re dei procrastinatori, Franz personificazione del motto "lo faccio dopo", Franz uno di noi.
Il punto è che noi non abbiamo nulla da far bruciare e non siamo Franz Kafka, non abbiamo nulla di degno da lasciare ai posteri e dovremmo, probabilmente, fare qualcosa di buono finché siamo ancora capaci di respirare e deglutire, senza pensare d'aver tempo, perché spesso non lo abbiamo.

venerdì 9 ottobre 2015

Del modo in cui Saramago ti fa sentire giustamente idiota

C'è un punto, verso la fine de "Il Vangelo secondo Gesù Cristo", in cui Gesù si trova seduto su una barca, con Dio e il Diavolo. Gesù cerca di far leva sull'amore dell'illustre genitore per fare in modo di non finire dolorosamente crocifisso come l'ultimo degli stronzi, vista anche la parentela d'un certo prestigio. Gesù ci prova, argomenta, mostra come sarebbe più utile da vivo che da morto, fa notare il nutrito codazzo che s'è formato in quei pochi anni di predicazione, ma niente. Dio ha già stabilito di sacrificarlo, esattamente come farebbe con l'ultimo degli stronzi, perché il marketing del dolore tira e lo ha sempre fatto. A posteriori, non possiamo che dare ragione a Dio, visto il miliardo di clienti affezionati al brand.
Dio durante la discussione parla poco, tanto è Dio e ha deciso, che vuoi discutere, di pizzeffichi, però ad un certo punto la cosa saggia la dice, sparata dritta dritta in faccia a Gesù, che non la smetteva di vantare e contare i suoi successi.
La frase è: «vincerai tutte le battaglie, ma perderai la guerra».
Come tutti. C'affanniamo, ma tanto finiremo tutti per perdere la guerra. Non avremo neanche il conforto di vincere tutte le battaglie, tra l'altro. Perderemo spesso, perderemo tanto, per arrivare all'ultima tappa e fallire in modo ancora più rovinoso e decisivo.
Perderemo spesso, perderemo tanto.
Crocifissi o meno, perderemo tutti, come l'ultimo degli stronzi.

domenica 4 ottobre 2015

Tutto quello che so della vita l'ho imparato dai romanzi russi



Tutto quello che so della vita l'ho imparato dai romanzi russi.
Anzi, meglio: tutto quello che vale la pena sapere della vita, l'ho imparato dai romanzi russi.
Le donne hanno sempre spalle tornite, gli uomini hanno sempre dei bellissimi riccioli.
Il peccato è terribile, mina il fisico e la mente, ma c'è sempre redenzione, c'è sempre la possibilità d'essere felici di nuovo, d'essere perdonati tra baci e lacrime.
C'è sempre un samovar anche nelle case più povere e il contadino è astuto, duro, selvatico ma fedele al padrone, anche quando cerca di fregarlo. L'epilessia colpisce i russi come fosse un raffreddore e se passeggi sulla Prospettiva Nevskij ti capiterà sicuramente un fatto curioso, magari ti ritrovi un naso che ti cammina accanto.
Ad un certo punto, se senti e vivi, devi ammalarti di febbre, febbre morale che annienta il corpo, e devi avere delle visioni precise, che ti permetteranno di capire quanto fai schifo. Ma poi, alla fine "a tutto s'abitua quel vigliacco ch'è l'uomo".
Si vive in casa di ricchi sconosciuti, si hanno rendite di migliaia di rubli (il più morto di fame non meno di 10.000), c'è il patronimico che è tanto regale ma c'è anche il continuo uso del vezzeggiativo, tenerissimo e altrettanto elegante.
Io sarei Liza Genricova (credo), ma più probabilmente sarei Lizochcka.
A me la febbre morale verrebbe, forse avrei pure lo sguardo luccicante, l'espressione imbronciata, il labbro tremante, una ruga verticale al centro della fronte, capelli raccolti in due bande laterali e fermate sulla nuca da un fermaglio di diamanti (ho imparato anche questo: non sarei una serva e avrei patrimonio, rendite, tenute a Kazan, andrei in campagna, avrei almeno 20.000 anime, ma abiterei normalmente a  Pietroburgo, meno soffocante e polverosa rispetto a Mosca).
Canterei un'aria italiana mentre mio fratello suona il cembalo, perché si deve sempre cantare per gli ospiti, si deve sempre andare ad un ballo, ci mancherebbe altro.
Parlerei francese, perché "come si può dire questo in russo?", e andrei "alla ricerca della mia Tolone".
I romanzi russi m'hanno insegnato che c'è la bellezza intera e pura, e quella che brilla sotto la spazzatura.
M'hanno insegnato che la bellezza fisica a volte è lo specchio dell'anima, altre volte è lavoro del diavolo.
M'hanno insegnato che il diavolo non vince mai, anche quando ha un occhio verde e uno nero.
M'hanno insegnato cosa è opportuno e cosa non lo è.
M'hanno insegnato che un samovar è proprio necessario, anche se su amazon costa 132 euro, in rubli non saprei.

M'hanno insegnato che alla fine ci salveremo tutti, perché non si salva mai nessuno.
Probabilmente l'unica cosa della vita che valga la pena sapere.