lunedì 28 novembre 2016

La Rivincita del XX secolo: il Maestro Bobby Fischer



Nel millennovecentennovantaddue Bobby Fischer decise di andare in quella che allora si chiamava Jugoslavia per giocare a scacchi contro o con Boris Spasskij per quella che amava definire “La rivincita del XX secolo”.
C'era l'embargo ONU verso lo stato balcanico, però, per cui le autorità statunitensi gli spedirono un bel documento ufficiale in cui lo invitavano a starsene a casa.

Poiché nessuno mette Bobby Fischer in un angolo, Bobby Fischer sputò pubblicamente sul documento e andò in Jugoslavia per giocare a scacchi contro o con Boris Spasskij.
Si dice che lui, Bobby Fischer, avesse l'Asperger. Sputare su un documento che limita le manifestazioni sportive e i movimenti di cittadini liberi è una forma d'autismo.

Gli Stati Uniti ebbero una reazione moderata contro il dissidente forse autistico sicuramente un po’ stronzo Fischer, come ci s'aspetta da una democrazia evoluta, no?, ovvio, non usano certo i metodi di dittatori tipo la neo bonanima di Fidel Castro, quindi gli USA, democraticamente, emisero un mandato d'arresto, democratico, contro Bobby Fischer, quello che aveva sputato su un foglio di carta durante una conferenza stampa.

Ça va sans dire, Bobby Fischer non tornò più nei democratici Stati Uniti e però lo arrestarono comunque, 12 anni dopo a Tokyo, per delle irregolarità sul passaporto. Venne rilasciato mesi più tardi grazie al governo islandese che gli concesse un passaporto in regola e ospitalità.

Boris Spasskij scrisse una lettera all'allora presidente americano, agosto del 2004, che ricorderete essere quel sottile intellettuale e sempre democratico George W Bush. Chiedeva la grazia, chiedeva la clemenza, chiedeva altrimenti di essere trattato esattamente come Bobby Fischer e d'essere messo in cella con lui.
Fischer, Spasskij e una scacchiera.
Quant'è Maestro e quant'è Woland, tutt'insieme, Bobby Fischer?

Quella grazia, quella clemenza, o quel pari trattamento per Spasskij, non arrivarono mai, e Bobby Fischer morì in Islanda se vogliamo esule, se vogliamo dissidente, se vogliamo perseguitato, se vogliamo non graziato.
Era il 2008.C'era ancora il delicato intellettuale texano.

Bobby Fischer in quell'anno che era il novantadue non giocava a scacchi in pubblico da vent'anni e mai più lo fece.

Per dovere di cronaca seppur a margine e alla fine chissenefrega, Bobby Fischer s'aggiudicò la rivincita del XX secolo contro Boris Spasskij.
Nella Jugoslavia in ginocchio a causa dell'embargo ONU.

Il Maestro non s'arrese. 
«I manoscritti non bruciano» ma puoi sputarci su.

mercoledì 2 novembre 2016

La Siberia eterna di Alex Schwazer

Raskol'nikov pensava d'esser una sorta d'eletto e che quindi ammazzare l'usuraia non era poi gran cosa, è giusto che gli eletti vadano avanti e i reietti periscano, no? Secondo Raskol'nikov sì e dunque pianifica e ammazza la vecchia per derubarla. Poi però, come sempre accade quando si è in un romanzo russo, eccoti l'imprevisto: la sorella buona della vecchia cattiva compare e vede tutto. Bisogna ammazzare anche lei e Raskol'nikov, che era eletto e nichilista e soprattutto morto di fame, l'ammazza. Raskol'nikov però non era nato assassino, dunque inizia a star male, partono i deliri, la febbre cerebrale, la solitudine del colpevole.


A redimere Raskol'nikov ci pensa Sonja, che di mestiere fa la puttana, santa e salvifica. Lo lava dall'ateismo e dal nichilismo, lo induce a pentirsi, costituirsi, scontar la pena. E arriva la Siberia, che affronteranno insieme.
C'è chi però ha la sua Siberia personale da anni ma pare che non basti. Non ci basta. Alex Schwazer, dopo la prima squalifica per doping, ammessa senza giri di parole, ha perso tutto. Ha lasciato l'Arma, sponsor spariti, Carolina Koster che non aveva molto in comune con Sonja più comprensibilmente vicina al si salvi chi può. S'è pagato gli allenamenti, le trasferte, ha fatto il cameriere, ha lavorato come tutti cercando di riprendere l'agonismo.

Ha pagato, insomma. Delitto e castigo.

Prima di Rio viene fuori una nuova positività ma Schwazer 'sto giro non molla e dice d'esser stato fregato. A leggere le varie ricostruzioni non è un'ipotesi così assurda.
Oggi Alex Schwazer ha 31 anni e deve guadagnarsi da vivere perché la sua carriera è finita. Ha avuto una bella idea: fare l'allenatore privato. Perché Alex Schwazer, lo ricordo agli sportivi part time, sa marciare da Dio.

E però Alex Schwazer purtroppo non ha capito di non essere in un romanzo russo dell'Ottocento, gli è toccata un'epoca di gogne, violenza verbale mai pesata ma devastante, dove ogni sbaglio diventa motivo di giudizio senza appello, un tribunale messo in piedi a colpi di tweet e like e commenti sotto link di testate giornalistiche che contano gli spiccioli ricavati dai click.

Alex Schwazer è più sfortunato di Raskol'nikov perché non vive in un'epoca giusta e equa.

Qualunque sia la pena, non basta mai. Schwazer non può guadagnarsi da vivere facendo ciò che ama. No. La sua Siberia è l'umiliazione costante ed eterna, "vai a pulire i cessi", "vai a scavare tra le macerie del terremoto senza chiedere nulla", e commenti simili.
Non è un'epoca gentile. Non ci sono Sonje e gentiluomini. È un'epoca di ferocia, di animi aizzati contro la preda facile.

Alex Schwazer non ha ammazzato nessuno. Eppure, a leggere gli istinti bassi dei giudici da social, pare quasi di sì. Condannare l'altro è lo sport che ci viene meglio da anni, ci sentiamo subito puliti, i peccati e le colpe son tutte altrui e si decide anche che no, non c'è espiazione o pena o castigo sufficienti ed è in un contesto così limitato che muore la democrazia, muore perfino Cristo, tutto quello che vi riempie la bocca in Chiesa.
Muore tutto.
Ma questo, s'è detto, non è un romanzo russo, ma la realtà. Noi, s'è detto, non siamo russi dell'Ottocento, siamo purtroppo gli italiani del Duemila.

Alex Schwazer ne tenga conto ogni volta che respira.

lunedì 19 settembre 2016

#AneddotiLetterari: Al Cimetière des Rois ci son Borges e una puttana.

C'è un cimitero che quasi quasi vale la pena di crepare e andar a stare lì, che c'è una compagnia di alto livello. Questo posto è a Ginevra e nonostante la mia idiosincrasia per gli svizzeri io, in questo cimitero ginevrino pieno di gente bella, ci andrei. Il posto si chiama Cimetière des Rois e sta lì dal 1482, pensa quanta gente sepolta in cinquecentotrentaquattranni di laboriosa attività. Dicevo che in questo camposanto ginevrino c'è un'attività culturale di tutto rispetto, roba che forse posti così per i vivi mica ci son più. E allora, tra i nomi, leggo che c'è  Rodolphe Kreutzer, il violinista, che io mica sapevo chi fosse prima di Tolstoj e scoprire poi che "Sonata a Kreutzer" è di Beethoven perché io son terribile sulla musica di questo tipo e ci soffro molto tra l'altro anche se non da morirne e finire sepolta accanto a Rodolphe. C'è Giovanni Calvino e io da anni ripenso al primo esame che diedi, Storia Moderna, arrivammo al calvinismo e mi chiesero di parlare proprio di Jean e la prof aveva la erre blesa sicché mi fa "lui era un piʁʁʁʁʁʁʁʁdo no?" e io da anni penso alla produzione di saliva per dire piccardo quel giorno là. C'è Robert Musil, un uomo senza qualità e magari ad esser così, nevrotico e scontroso e attaccato al caffè e al tabacco, non accettato dall'Accademia dei Poeti Tedeschi perché considerato troppo intelligente per esser poeta, vedi poi te la sfiga d'esser geni, non mi capiterà mai di provare una sensazione così e forse per fortuna. C'è poi lui, Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, quello cui a quanto pare a suo dire non hanno dato il Nobel per via della famosa lungimiranza svedese e che sulla lapide si legge incisa una frase in inglese antico . E lui, lui Jorge Luis Borges, quello che diceva "La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare" e lui infatti l'ha rispettata riposa, si dice per indorar la pillola quando qualcuno muore, riposa dicevo, a Ginevra, al Cimetière des Rois. 

Giustaffianco a una puttana.

Griselidis Marcelle Real è morta vent'anni dopo Borges e dunque sarebbe più corretto dire che è lei a riposare accanto a Borges e non viceversa ma d'altra parte secondo me Borges a sapere di passare l'eternità accanto a Griselidis artista pittrice scrittrice e puttana non avrebbe avuto sussulti e avrebbe pensato che poteva andar benissimo. ma interpreto, non so, magari no, chissà. Fatto sta che Luis e Griselidis dormono vicini da sett'anni, da quando hanno deciso di trasferirla là, tra le rimostranze dei borghesi che la scopavano a pagamento quand'era giovane e bella e chissà se Griselidis dormiva coi clienti e che tipo di puttana era, se era una raffinata o alla buona e però la Real inizia perché era separata dal marito e aveva un bel numero di figli e viveva con un americano schizofrenico violento e come artista non guadagnava abbastanza. Sicché diventa puttana. E poiché passare la vita a subire alcuni non vogliono, negli anni '70 Griselidis Real diventa attivista e cerca di far capire al mondo che esser peripatetiche cioè puttana a volte è una scelta e va rispettata e tutelata e riconosciuta come le altre scelte professionali. Diceva che la prostituzione è un atto rivoluzionario e allevia la sofferenza nel mondo e non negava i lati sordidi ma in quale lavoro non ci sono lati sordidi? Era una puttana consapevole e oggi stiamo tornando spaventosamente indietro, anche perché penso io:

la fica è sempre rivoluzionaria, secondo me. 

A me che ci sia un'artista pittrice scrittrice e puttana a riposare, a dormire morta, a Ginevra, tra Kreutzer e Musil e Calvino e Borges mi fa pensare che vedi alla fine tutti noi diamo pacere al mondo solo che quello di Griselidis non si vedeva o magari lo vedevano in pochi o magari lo vedeva una moglie che non amava un marito e almeno non lo doveva scopare o lo vedeva una moglie che amava il marito e gli sentiva Griselidis sulla camicia e allora cercava di riprenderselo, questo marito, o lo mollava e allora diventata felice con uno che non aveva bisogno di Griselidis e però, comunque sia, lei ha dato quello che aveva al mondo e se vi pare poco è un problema vostro.

Lei riposa con Borges e non se ne cura.

venerdì 9 settembre 2016

#AneddotiLetterari: Rosicate esistenzialiste: Sartre vs Camus

Impietoso confronto ma d'altra parte non è colpa mia
Jean Paul Sartre era un egocentrico cresciuto fino ai 13 anni convinto di poter essere tutto quello che voleva. Dai 13 in poi si ritrova a vivere con la madre e il patrigno, che odia, in un posto che odia, circondato da gente che odia. I liceali, in particolar modo, sempre stronzi, in ogni epoca. Sicché la mamma lo rispedisce a Parigi, perché Jean Paul veniva bullizzato per via del suo aspetto. Basso, strabico, capelli radi, dentatura non esattamente impeccabile, Jean Paul Sartre passò dall'adorazione dei nonni e degli amici di famiglia agli insulti dei liceali di provincia.
Che smacco. Ma tant'è. Capita.
Ha 24 anni quando conosce Simone de Beauvoir e inizia la storia con lei. Niente monogamia, a Simone piacciono donne e uomini, Sartre si scopre affamato di sesso, ma meglio di così cosa vuoi dalla vita, trovi una donna piacente, intelligente, che ti passa le sue conquiste, non male per un nerd ante litteram, tutto sommato.
Poi arriva Olga, Olga Kosakiewicz.
Ha 19 anni e inizia una relazione con la de Beauvoir. Come sempre, Simone conta di passare a Jean Paul la ragazza che però non è mica tanto d'accordo, Jean Paul non è tutta questa grande bellezza o altezza o spigliatezza e quindi Olga finge di starci e poi non ci sta. Non ci starà mai. L'espediente più banale per far nascere un'ossessione e infatti Sartre ci casca e non sa più cosa inventarsi per averla. Invidia Simone e i suoi rapporti con Olga, diventa sarcastico, meschino.
Insomma: Sartre rosicava. 
Poi, Sartre incontra un'altra, Wanda.
Wanda Kosakiewicz. Sorella minore di Olga.
Sartre fa con lei quello che avrebbe voluto fare con Olga, impazzisce per Wanda, non c'è probabilmente un limite netto tra la voglia che aveva di Olga e la passione per Wanda. La prima volta che bacia Wanda, lei corre in bagno a vomitare. Letteralmente, a vomitare. La corteggia per due anni prima di riuscire a fare sesso con lei. E dopo questa esperienza, senza sentimento alcuno, Wanda dirà di odiare Sartre e Sartre lo scriverà a De Beauvoir, con un certo malanimo.
Per Wanda, Sartre rischia di perdere Simone anche se giura di fingere, tutta scena cara Simone. Il punto è che Simone scema non era mica. Simone e Sartre hanno un patto: la subordinazione degli amori contingenti all'amore necessario nonché la totale trasparenza e verità circa le loro relazioni extra. Wanda è un amore contingente. In teoria. Voleva addirittura sposarla quando Wanda s'ammalò, giustificandosi con Simone dicendole di voler proteggere una ragazza sola e prendersene cura. Fatto sta che Wanda odiava Sartre. Fatto sta che intorno al 1943, Wanda incontra Albert Camus proprio grazie a Sartre. Jean Paul e Albert si stimano, sono amici. Camus capisce e sa che Wanda e Jean Paul sono amanti, eppure non se ne interessa.
Jean Paul Sartre, ad un certo punto, si farà sfiorare dal venticello del dubbio e chiederà a Wanda "ma ti piace quel tipo?" (con parole mi auguro meglio articolate) e lei risponderà "ma figurai, non essere geloso, non preoccuparti" e Sartre, clamorosamente, non se ne preoccupa davvero.
"Non preoccuparti non mi interessa quel tipo" è l'inizio della fine e l'esistenzialista non lo sa. Vedi a volte come ci si perde facilmente.
Lui era l'egocentrico amatissimo dalla mamma, Camus era un nessuno, era lo straniero, di cosa avrebbe dovuto preoccuparsi.
-Mah, vediamo: dello sguardo assassino, dei capelli, dell'eco che suscitavano le sue opere, della prestanza, dei quasi 10 anni di gioventù in più, del carisma, del fatto che Wanda non lo odiasse e non corresse a vomitare dopo averlo baciato. Potevi chiedere, Jean Paul, due cose te le avremmo suggerite.-

Fatto sta che passare dall'esortazione "stai sereno" a vederli limonare il passo è stato alquanto breve. Jean Paul Sartre esprime le sue rosicate in lunghe lettere a Simone e lei, pazientemente, le legge tutte, senza spaccargli la faccia. Vuole apparire sarcastico ma serve uno sforzo di fantasia coriaceo per leggere dell'ironia nella frase:
"cosa pensa di fare Wanda, rincorrendolo? Cosa vuole da lui? Io non sono molto meglio? E sono così gentile. Dovrebbe stare attenta"
Camus e Sartre si odieranno per il resto della vita, Sartre non avrà pietà nelle critiche che rivolgerà al collega e bisogna essere proprio faziosamente sottili per non vedere che tanta acredine non era solo una questione professionale.
In tutto ciò, Camus non era neanche innamorato di Wanda, fu una relazione come tante, forse il divertimento stava tutto nel far impazzire Jean Paul Sartre, scalfire la sua superbia, fargli sentire cosa si provasse ad esser seconde scelte, ripieghi, non necessari. Il grande amore di Albert fu un'attrice con la quale ebbe una relazione prima della guerra e dalla quale tornò nel 1948, Maria Casarès. Rimase con lei fino al 1960, anno in cui si schiantò in macchina e morì.
Sartre gli sopravvisse di vent'anni. Chissà se nel frattempo, sapendolo sotto terra, aveva smesso quanto meno di rosicare.

sabato 20 agosto 2016

"Il cielo sopra Lima": storia di una musa inventata e d'un futuro premio Nobel

L'amore è un discorso, amico mio, è un feuilleton, un romanzo, se non si scrive nella testa, o sulla carta, o in qualunque altro posto, non esiste, resta a metà; non smette di essere una sensazione che si è creduto sentimento...
Foto: Millennium Images - Art Director: Cecilia Flegenheimer e Francesco Marangon - Graphic DEsigner: Cristopher Moisan

Prendiamo Lima, Lima capitale del Perù, nel 1904. Lima, capitale del Perù, fa da sfondo alla vita di migliaia di persone, molti poveracci, molti sfruttati, qualche ricco. Ricchi di nascita e generazioni, ricchi da poco e a costo di vite altrui, ricchi solo per titolo nobiliare e senza più un sol ma che possono vantare ascendenze eroiche.Prendiamo questa Lima che acceca, questa Lima a tratti balorda e a tratti piena di luce, dove le puttane e gli operai e le ville e le signorine oneste e i giovanotti galanti e gli studenti universitari si mescolano senza quasi sfiorarsi.
Sotto il cielo di questa Lima, nel 1904, ci sono anche José Gálvez e Carlos Rodríguez, appena ventenni, ricchi, annoiati, studenti di Legge perché così deve essere così sia e così sarà ma che vivono col sacro fuoco della poesia nell'anima. Come tutti i ventenni di tutto il mondo in tutte le epoche, chi più, chi meno.

José e Carlos, ricchi, amici e coetanei, ma decisamente non in posizione paritaria perché Rodríguez senior è un arricchito, uno che ha fatto affari col caucciù, uno che ha spedito e mantiene da anni in Spagna uno studioso che possa rintracciare un qualche antenato degno di nota e non solo quella massa di straccioni, delinquenti e contadini che sa essere la sua famiglia limegna.
Carlos ha imparato a far le facce, Carlos ha imparato a contenere i sentimenti e atteggia il viso in base all'occasione, come un tessuto che s'appiccica addosso quando c'è umidità: faccia triste, faccia allegra, faccia accomodante. Faccia accomodante, sorridente, quasi sempre. Il papà di Carlos temeva che il ragazzo diventasse finocchio, perché i gay nel 1904, a Lima, non c'erano, c'erano i finocchi, quelli sì. E non c'erano le escort ma c'erano le puttane, da sempre e sempre ci saranno, a Lima come altrove. Per i 13 anni, Carlos riceve in regalo la verginità di una coetanea polacca pescata chissà dove e che costa 400 dollari. Era necessario diventare uomini e mettere da parte quella roba deviata che è la poesia. Carlos allora legge e compone di nascosto, insieme a José, che invece è ricco ma anche pieno di antenati di prima qualità, il che lo lasciava avere sempre l'ultima parola.
Rifugiati in una soffitta a pezzi, in un quartiere abitato da cinesi laboriosi e silenziosi, José e Carlos immaginano la vita, inventano storie, deviano dal percorso che le loro famiglie hanno scritto e sanno bene che solo ora, in quell'attimo, possono provare ad avere un'aspirazione personale, diversa.

Vivere in Perù nel 1904 significa anche avere difficoltà a reperire un libro, a far arrivare una comunicazione. Carlos e José adorano Juan Ramón Jiménez, poeta che è quasi un loro coetaneo eppure già noto, apprezzato, celebrato, futuro premio Nobel ma questo, Carlos, José e probabilmente anche Juan Ramon, neanche lo immaginano. Scrivono al poeta per avere delle copie dei suoi scritti, ma vengono ignorati. Come convincerlo ad ascoltarli? L'espediente narrativo è uno, semplice, elementare: fingersi una giovane limegna, toccata nell'animo dalle liriche di Juan Ramón. L'espediente funziona e il poeta risponde: nasce così Georgina. Carattere e tratti somatici plasmati sulle poche donne e le tante puttane conosciute, con Carlos alla penna. Perché Carlos, con grande terrore del padre che in quei segni vedeva tutta la devianza del suo erede, aveva una scrittura svolazzante e femminea, adatta a Georgina. Proprio per il giovane Rodríguez, Georgina avrà un significato assoluto, vero faro che lo aiuterà a conoscere se stesso e a diventare, almeno in alcune circostanze, il vero Carlos, e non il ragazzo che prova le espressioni davanti allo specchio.

Il carteggio inizia e diventa sempre più fitto, ad ogni attracco di nave, Carlos e José tremano, in attesa delle risposte del poeta spagnolo, intenzionati a ricevere una poesia ispirata da loro, cioè da Giorgina. Georgina che, da espediente, inizia a diventare vera e la situazione, a questo punto, sfugge di mano: dove comincia l'artificio letterario e dove finisce? Quant'è lecito andare oltre? Georgina diventerà anche stella polare d'un'amicizia mai stata davvero tale, con un cavaliere e un vassallo a far da protagonisti, non solo progettata e falsa musa d'un poeta ignaro e raggirato.

Juan Gómez Bárcena, nato a Santander nel 1984, vive e insegna materie letterarie a Madrid.

Juan Gómez Bárcena, classe '84, è l'autore di questo romanzo che parla di poesia, certo, ma nel modo in cui tutti noi possiamo capirla. La poesia intrinseca nell'amore che vorremmo vivere, quello sognato, e quello che poi è reale, anche se ha la faccia di una puttana polacca terrorizzata. È la narrazione di un'amicizia, degli stereotipi duri a morire che spingono alcuni sempre un passo indietro, dalla classe sociale all'orientamento sessuale. È un'ode alla fantasia, alla gioventù che inventa, cerca di uscire dal campo delimitato da altri anche se sa, sa bene, che oltre un certo punto non sarà consentito andare. È la ricostruzione, profonda e ironica, di due menti che cercano di volare e trovare una dimensione pur sapendo già come andrà l'atterraggio. Per certuni il futuro, nel 1904, era già scritto, a volte anche nel 2016.
E poi, ancora, le vivide immagini dei contrasti interiori e interni, gli intellettuali e gli istruiti in bilico perenne tra l'ammirazione per la Spagna e la volontà di costruire una cultura autonoma, senza influenze dell'odiato e amato colonizzatore; l'atmosfera di quegli anni, gli indios sfruttati e ammazzati come se fossero nulla e non uomini, risvolti storico-sociali che servono a Bárcena per delineare meglio il peso interiore dei due ragazzi, il loro vissuto, persi, felici, ricchi, annoiati, inclini allo spleen e col cuore gonfio di vita sotto il cielo di Lima. Sentimenti che solo a vent'anni si possono provare.
Un romanzo scorrevole, che inchioda alle pagine, impossibile fermare la lettura. Lo stile, pungente e mai banale, ha un ritmo elevato, la trama appassiona, con momenti in cui è impossibile non chiedersi "e ora cosa farà?", spingendo il lettore a voltare subito pagina.

Per "Il cielo sopra Lima", l'autore Juan Gómez Bárcena ha vinto il premio "El Ojo Crítico de Narrativa" nel 2014. Nel 2016, Frassinelli lo porta finalmente in Italia, tradotto da  Enrica Budetta. In questa pagina della Sperling&Kupfer potrete acquistare il romanzo del giovane professore spagnolo.

Titolo: Il Cielo Sopra Lima
Autore: Juan Gómez Bárcena
Editore: Frassinelli
Traduzione: Enrica Budetta
Anno: 2016
Prezzo: 19,50€
Ebook: 9,99€

mercoledì 17 agosto 2016

Essere interisti: capelli sconsiderati e "click" nerazzurri

Gregor Samsa una mattina si svegliò e s'accorse di essere diventato uno scarafaggio repellente*.
David Alan Kepesh una mattina si svegliò e s'accorse di essere diventato una mammella enorme**.
Platòn Kovalëv una mattina si svegliò e s'accorse di non avere più il naso***.
Charles Luger era in un taxi a Park Avenue quando avvertì un "click" e la neshama Jiddish esplodergli dentro****.

Nella stagione 1988/89 io oscillavo tra i 4 e i 5 anni, avevo una mamma interista (pure ora), un cugino interista (pure ora) e uno zio interista (non più con noi ma secondo me è ancora interista).
Mio cugino, invece, oscillava tra i 18 e i 19 anni e aveva i capelli lunghi. Mio zio non poteva soffrire d'avere una figlia coi capelli alla Annie Lennox e un figlio coi capelli alla Joey Tempest, sicché si rivolgeva all'erede maschio dicendo "ma non è ora che tagli 'sti capelli di merda?" ma un po' perché andavano di moda, un po' per far dispetto, lui teneva i riccioloni intatti.
In quella stagione, l'Inter giocò contro il Bayern Monaco, Coppa Uefa. L'andata a Monaco fu un trionfo nerazzurro, 2-0 per l'Inter e tranquillità per Milano.
Mio cugino, giovane, superbo e sconsiderato come i suoi capelli, pensò bene di scommettere e disse a suo padre "se perdiamo la partita di ritorno mi taglio i capelli", forte di un risultato che andava solo amministrato e certo di non correre rischi.
Mio zio sorrise.
Il sorriso della lunga militanza interista.
Il sorriso della consapevolezza che quando si tratta di Inter non esiste "facile", non esiste "amministrare", non esiste sicurezza.
Del doman non v'è certezza, quando si parla di Inter poi lasciamo stare, mio zio lo sapeva e accettò la scommessa.
A San Siro, l'Inter prese 3 pere, segnò un gol. Addio Uefa.
Mio zio, lentamente, un po' platealmente e con una certa seria gravità allungò 10.000 lire al figlio e disse "Annito il barbiere alle 8 apre".
Andò a dormire trovando così consolazione per una delle tante sconfitte inaspettate, sconvolgenti, prive di senso, logica, motivo, sconsiderate, stronze, brutali cui gli interisti sono abituati: capelli decenti per il figlio e una crudele lezione imparata, marchiata a fuoco nell'anima di scapestrato tifoso nerazzurro che avvertiva la vocazione e l'abbracciava con entusiasmo senza però capire ancora la portata della questione nella sua totalità.
Mio cugino tenne fede al patto, alle otteccinque era dal barbiere Annito, che lo prendeva per culo senza posa, pietà e misericordia. Tagliava e rideva. Rinunciò ai riccioloni, non fece mai più crescere i capelli, non scommise mai più nulla. Specialmente quando si trattava di Inter. Oggi, ha lo stesso sorriso di lunga militanza nerazzurra consapevole e felice che aveva suo padre nel millennovecentottantanove e i capelli rasati.

Io questo episodio me lo ricordo.
Io sapevo di essere interista.
Io non mi sono svegliata una mattina come Gregor Samsa o David Alan Kepesh e ho scoperto di essere interista. No.
Io non mi sono svegliata una mattina come Platòn Kovalëv alla ricerca del mio naso/squadra, ce l'ho sempre avuto, io, il naso interista appiccicato sulla faccia.
Io non ho sentito un "click" dentro come Charles Luger che mi facesse supporre improvvisamente di avere dentro la neshama nerazzurra.
Oserei dire: sono nata interista. Come mia madre, mio zio, mio cugino, ho abbracciato la vocazione che era già presente.
Ho gli occhi castani, i fianchi larghi e sono interista, cose forse arrivate tutte per via genetica, eredità del ramo materno.
So che mio cugino a inizio stagione ottantottottantanove aveva i riccioli lunghi e alla fine della stagione non li aveva più. Però sorrideva in un modo diverso.
L'unico "click" che avverte l'interista è quando, dopo una mazzata sconsiderata come i ricci di un diciottenne e inattesa come incontrare uno scarafaggio parlante, una tetta che ride o un naso trafelato, sorride con salomonica e consapevole compostezza.
Lo imparano tutti, tutti gli interisti, chi prima, chi dopo.
Questione di vocazione abbracciata, di genetica, d'eredità.
Click.

Protagonista de "La Metamorfosi" di Franz Kafka*
Protagonista de "Il Seno" di Philip Roth**
Protagonista de "Il Naso" di Nikolaj Gogol'***
Protagonista de "Il Gilgul di Park Avenue", uno dei racconti presente nell'opera "Per Alleviare Insopportabili Impulsi" di Nathan Englander***

domenica 14 agosto 2016

Franco Bragagna, Shahrazād dell'atletica raccontata

Franco Bragagna ha l'immenso potere di apparire antipatico, saccente, pedante, ma mai cialtrone né stucchevole. In un'epoca in cui gli sport "minori" (e minori rispetto a cosa?)  vengono lasciati commentare da gente che s'informa su Wikipedia, e quelli "maggiori" da chi pare più infoiato, Franco Bragagna è l'ultimo fulgido baluardo di competenza in una Rai che schiaffa Carlo Conti a fare il direttore artistico di Sanremo e Radio Rai. Ora, Bragagna può apparire datato ai giovani hipster abituati agli schiamazzi Mediaset e alle cronache da LSD di Caressa, ma Franco è l'anello di congiunzione tra i composti commentatori Rai d'un tempo e quelli caciaroni di oggi.
Franco Bragagna si esalta e s'incazza quando c'è bisogno di esaltarsi e incazzarsi. Franco Bragagna si schiera, cosa che i cronisti compassati e quelli caciaroni non fanno mai. Bragagna non si schiera basandosi sul tifo, ma sulle nozioni e le regole. E la competenza. S'intuisce che Bragagna è uno che odia far brutta figura, per questo non lo prenderete mai in fallo.

Alcuni sport, se si ha passione, fanno venire la pelle d'oca anche senza commento. La scrollata di spalle di Popov, il calcio d'inizio d'una finale mondiale, Cagnotto che dà il tempo, Bolt che si piega prima di partire a razzo. Quegli attimi che precedono il Tutto sportivo, prima che si compia, a prescindere dal risultato.
Se non c'è passione, servono i Franco Bragagna. Avrei amato così tanto il nuoto senza le telecronache con annessi piccoli intermezzi comici di Sandro Fioravanti e Luca Sacchi? Non lo so. So che ieri ho sentito Francone pronunciare "Anxela" per dire "Angela" e ho pensato "va' che ora mi ribattezzo". Bragagna fa venire la pelle d'oca a quelli che, prima di ascoltarlo, ignoravano completamente l'atletica. Ci mette l'intermezzo comico, la competenza, le nozioni, la brutalità di chi sa quanto può dare un atleta e poi non lo fa.

Ho in testa decine di cronache di Franco Bragagna e non ricordo il nome del primo ragazzetto che ho baciato. Perché lui, il ragazzetto, non era coinvolgente come Bragagna, e ricordo solo che baciava male e produceva ettolitri di saliva al secondo. In casa mia diciamo "metti a Bragagna" quando c'è una qualsiasi manifestazione d'atletica che la Rai trasmette. Gli atleti vengono dopo, perché oggi c'è Bolt, prima c'era Maurice Greene, dopo Bolt ci sarà qualcun altro, e a far la differenza nel raccontare la storia, la gara, ci sarà Franco Bragagna.
Perché Bragagna non è uno snocciolatore di dati o un rappresentante di immagini.
Bragagna è un narratore.
Bragagna è un incanalatore d'emozione.
Bragagna sta provando quello che provi tu e lo dice magnificamente.
Bragagna è un dipanatore di sentimenti.
Bragagna è uno story teller di talento.
Bragagna è un poetico e tecnico scassacazzo.
Bragagna è come Shahrazād, sta rimandando la nostra morte, causata dal disinteresse sportivo dovuto ai cronisti, eccessivamente protagonisti o insulsamente anonimi.
Bragagna, non ci bastano le mille e una cronaca, vai avanti a oltranza.

Bragagna io ti prego, commentami la vita, fammi appassionare ai miei tempi morti. Credo che il ragazzetto si chiamasse Massimiliano, comunque. Se l'avessi detto a Bragagna, se lo ricorderebbe, con tanto di tempi, classifica e aneddoto a corredo del tutto. 
Bragagna, resta la nostra Shahrazād, ci servi come l'aria.

mercoledì 10 agosto 2016

Dostoevskij, Aleksandr Popov e Michael Phelps

Lev Nikolaevic Myškin è stato definito "il Cristo moderno" perché il candore della sua anima non era di questo mondo. Dostoevskij mette in bocca al principe una serie di frasi, lo fa muovere in atteggiamenti tali da marchiare a fuoco sulla pelle dell'umanità il concetto di nobiltà d'animo, di splendore morale. Ogni bene ha un male e il male di Myškin si chiama Parfën Rogožin, ben prima dell'epilessia.

Lo stesso Dostoevskij descrive così la genesi del personaggio:

« Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »

Ora, io ho questo problema di dover legare i personaggi che amo alle persone che ammiro e il mio Myškin, per me, si chiama Aleksandr Popov. La biografia ufficiale recita: nato il 16 novembre 1971 a Ekaterinburg, la città dell'eccidio dei Romanov, Sasha odiava l'acqua e nuotava a dorso. Un giorno decide di guardare in faccia il nemico e cambia la storia. La sua, ma pure quella dello sport che ha scelto d'onorare.
Alle Olimpiadi di Barcellona, mentre Freddie Mercury duetta duro con Montserrat Caballé, Popov si porta a casa l'oro individuale nei 50 e nei 100 stile libero. E deve ancora compiere 21 anni.
Si presenta ad Atlanta, nel 1996, per difendere un titolo difficile, in casa dell'avversario più forte, Gary Hall jr. Le immagini pre gara a bordo piscina, prima dei 100 sl,  me le porto dentro da vent'anni. Popov tranquillo, muto, si scalda. Era ancora la sciagurata epoca del costume slip. Indossava solo una t-shirt bianca e gli occhialini, non ha mai usato la cuffia. Hall è tutto un urlare, tirarsi cazzotti sul petto come un gorilla sotto acidi, mimare mosse da pugile. Uno spettacolo grottesco, a suo modo. 

(Qui c'è il video, pessima qualità ma esaustivo, c'è pure un Van Den Hoogenband diciottenne).

Si tuffano. 
Popov vince. 
Hall rosica. 
Aleksandr è il secondo nuotatore a riconfermare due titoli olimpici, prima di lui solo Johnny "Tarzan" Weissmuller difese e riconquistò il titolo in due Olimpiadi consecutive. 
Succede, però, che il destino scelga d'essere baro e rio e un po' stronzo e subito dopo i Giochi, Popov/Myškin torna a Mosca e si becca una coltellata a un fianco. Gli salvano la vita dopo un intervento interminabile e passa tre mesi in riabilitazione, perdendo chili di muscoli. Un anno dopo partecipa agli Europei di Siviglia e vince ancora.

Come il bene sul male. 

Dopo l'aggressione si fa paraculamente battezzare e si sposa: non so cosa sia peggio, ma lo perdono.
Ci riprova a Sidney nel 2000 ma è "solo" argento" e lì fu chiaro che non era solo l'abdicare dello Zar, prima o poi sarebbe accaduto, era un'epoca che moriva.
Nel 2003, a 31 anni, ai mondiali di Barcellona, nuota con tempi migliori di quelli fatti registrare a 20. Poi, chiude male, malissimo, ad Atene 2004, a quasi 33 anni è il nuotatore più anziano, non riesce a centrare nessuna delle due finali, e sull'epoca morta e l'abdicazione non c'è più dubbio. I più scioccati furono gli avversari, Popov lasciò la scena sorridendo, ufficializzando l'addio a gennaio 2005.

La controparte malvagia di Popov/Myškin non è Gary Hall, ma Michael Phelps. Malvagia, insomma, riformulo: la controparte vanesia e ingorda di Popov è Phelps. Phelps è Parfën Rogožin che fa di tutto per avere Nastas'ja e poi la uccide. Phelps passerà alla storia per il cannibalismo pantagruelico delle sue vittorie, le 21 medaglie d'oro olimpiche scolpite nella pietra, le tre Olimpiadi consecutive che lo hanno incoronato re assoluto. Eppure, per me, Phelps ha ucciso il nuoto come Rogožin uccide Nastas'ja. 
Bizzarro, poi: a coltellate. 

Michael Phelps è Parfën Rogožin, ma questo ruolo, forse, spetta a tutta la schiera di nuovi nuotatori che, come facevano notare le vecchie glorie, non nuota, ma sta in palestra e poco in acqua. Da Ian Thorpe in poi abbiamo visto muscoli esplodere dalla linea del corpo, nulla a che vedere con l'eleganza di Sasha, il suo metro e 97 per 87 kg di corpo scolpito, una roba che ti fa effettivamente correre a battezzarti. I costumi tecnici, le cuffie di ultima generazione, sono tutte cose che Popov ha appena sfiorato, passando dagli slip al costume a metà coscia, mentre Thorpe era inguainato già come Cat Woman.
La nuotata di Popov viene ancora oggi considerata come il punto di riferimento tecnico nello stile libero. Se vogliamo parlare di eredità, quella di Aleksandr non è poca cosa. A Phelps/Rogožin le medaglie da record, a Popov/Myškin la nuotata dei campioni che verranno.

Io me lo ricordo, il principe zar Popov, pronto a entrare in piscina, dopo la coltellata, con quella lunga linea precisa che gli attraversava l'addome aperto dai medici e quella cicatrice a zig zag che brillava sul fianco. Milioni di altri ricorderanno il cannibale Michael Parfën Rogožin Phelps ma io, di mio, preferisco quelli in t-shirt e slip che abdicano dopo aver dato tutto e lasciato qualcosa anche agli altri. E non parlo degli avversari.

giovedì 14 luglio 2016

Paul Gascoigne e Francis Scott Fitzgerald

Quando Francis Scott Fitzgerald morì a 44 anni, nel 1940, Dorothy Parker urlò straziata con le lacrime agli occhi "poor old bastard", citazione che arrivava dritta dritta da "Il grande Gatsby". Fitzgerald aveva conosciuto la gloria e la polvere, era stato il simbolo di un'epoca mai più vista e moriva così, male, malissimo, andava sottoterra accompagnato da pochi, quelli veri. Quelli buoni. Francis Scott Fitzgerald ebbe due infarti nel giro di un mese, il secondo lo uccise. Zelda era già persa nei fumi di una mente malata e irrecuperabile, gli sopravvisse di 8 anni, morì bruciata nella casa di riposo che la ospitava. Francis Scott Fitzgerald era alcolizzato, lo era già gravemente nel 1929, quando perse molto con il crollo della borsa, lo diventò ancora di più quando cercava di scrivere per guadagnare, con la piccola Scottie da accudire e Zelda che impazziva.

Era la vita di tanti intellettuali, l'aura di dannati, l'autodistruzione, la Lost Generation, i poeti maledetti poco prima, la Beat Generation poi. Kerouac e Bukowski, Poe e Capote, l'amica Parker e Joyce. Tutti alcolisti. E poi Hemingway, suo grande amico, mai apprezzato da Zelda Sayre, che definiva Ernest "uomo dalla personalità fasulla come un assegno in bianco" (e pure "frocio con la schiena pelosa", ma soprassediamo). Per Hemingway, lei era pazza, e la storia gli ha dato anche ragione. Tutti ad annegare la vita in un bicchiere, che poi diventa bottiglia, che poi però perdi il conto.

Sono sempre stata dell'idea che tutti loro fossero diventati Fitzgerald e Hemingway, Parker e Bukowski nonostante l'alcol, non grazie a. Tipo Maradona con la coca. Ho detto già che se non sei Soriano non puoi parlate del giuoco del calcio senza cadere nel ridicolo della retorica, ma me la rischio, come quando parlai di Recoba.

Me la rischio, dico, perché se c'è un Francis Scott Fitzgerald nel calcio, quello è Paul Gascoigne. Ho visto la sua faccia sconvolta e gonfia, lo sguardo perso come quello che doveva avere Zelda prima di finire in manicomio, la testa con un taglio incrostato di sangue, una vestaglia sdrucita e aperta, nudo e senza scarpe. Paul Gascoigne era Paul Gascoigne anche senza alcol, era Paul Gascoigne nonostante l'alcol, non grazie a. Gascoigne sarebbe stato lo stesso personaggio in campo anche senza avere "un bicchiere di gin in mano alle 7 del mattino" e oggi forse allenerebbe una primavera qualsiasi, che si divertirebbe da matti. Però Gazza s'è scelto la via, dicevo. Come gli altri citati prima, quelli col Nobel sulla mensola del caminetto che poi una mattina di luglio s'infilano il fucile in bocca e s'ammazzano. Puf.
Gazza il Nobel per la Letteratura non ce l'ha, ha qualche premio calcistico, qualche coppa, questo sì, ma George Best (uno che col bere non c'è mai andato leggero) disse di lui "Ho detto a Gazza che il suo Q.I. è inferiore al suo numero di maglia e lui m'ha chiesto cosa fosse un Q.I." La sua assoluta mancanza di buonsenso, quella che faceva la differenza in campo, lui l'ha applicata alla vita. Idea stronza.

Gascoigne non aveva il Nobel, dicevo, ma per Zoff era un artista, e onestamente chi sono io per smentire le parole di Dino Zoff. Nessuno. A leggere le imprese extra campo di Gascoigne c'è solo da ridere per ore e lo faccio, e a guardarlo giocare nei vecchi video sgranati su youtube c'è solo da essere felici che sia esistito e lo sono, ma oggi Gazza è malato, dimostra vent'anni di più, non ne esce e forse non ne uscirà mai. E metto il "forse" per speranza, ma non ci credo mica, nessuna convinzione.
Tutti chiedono "ma la famiglia? E gli amici?" dove sono tutti mentre Paul esce scalzo, nudo, coperto da una vestaglia? A vivere, rispondo. Dove volete che siano. Paul Gascoigne s'è scelto la via mille volte, perché mille volte poteva deviare, e non l'ha fatto. È suo diritto. S'è votato a quello. Pace. Si campa e si muore come meglio ci viene, senza scomodare Caterina Caselli. Si campa con la bottiglia e si muore con una fucilata autoinflitta, come Ernest. Com'è diritto di amici e famiglia scegliere la strada opposta, campare e morire in un modo diverso.

Non è un caso, forse, che Fitzgerald, Hemingway, Parker, fossero amici e fossero tutti alcolizzati. Erano buoni amici perché si riconoscevano nelle brutture e nelle meschinità di un vizio silente eppure totalizzante, ma non se le rinfacciavano, probabilmente. Chissà se Dorothy lo diceva a se stessa, quel "poor old bastard", mentre seppellivano Francis. Erano i buoni amici di Fitzgerald, quelli che buttavano un fiore sulla terra a 4 giorni dal Natale, al suo funerale, e non l'hanno salvato, non hanno salvato neanche se stessi. Perché s'erano scelti la via e si sono caricati il fondo che hanno scientemente voluto, hanno rispettato la vocazione. Come Paul.

Bukowski lo diceva: "Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare, se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa". Gascoigne trova un motivo per bere, ogni giorno, come lo trovava Francis.

Io ho visto, poco fa, la faccia gonfia e trasfigurata d'un Gazza che non era più di questo mondo, in quelle ultime foto con i piedi scalzi da Cristo ubriacone, la testa rotta e la vestaglia da barbone.

E ho pensato solo "poor old bastard", con le lacrime agli occhi.

mercoledì 15 giugno 2016

Il viso di tutti i miei russi

Quando leggo un romanzo russo, i visi dei personaggi per me hanno forma. Non è come con gli altri, quando mi faccio un'idea sommaria di un viso, un aspetto. Io vedo i visi nel dettaglio dei personaggi di Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev.
Lessi "L'idiota" a 13 anni. Il viso di Myskin per me era quello del biondissimo ventenne che mi piaceva e a cui non ho mai rivolto la parola.
Biondo vero, di madre tedesca, occhi molto verdi e un po' celesti, perso nel malessere dei ventenni di provincia che vedevano morire gli amici e gli idoli per le stesse ragioni:  perché s'ammazzavano. Direttamente o piano piano, a piccole dosi che a volte diventavano più grandi e mettevano fine al dolore.
E allora M per me diventò Myskin. Sono passati 19 anni, ma è sempre così. È stato Bazarov, è stato Bolkonskij, è stato Raskòl'nikov, è stato Stavrogin, sarà stato tanti altri che ora mi sfuggono.
Lui, tutti, ma lui ventenne, con gli occhi puliti e tristi e spalancati, i capelli spettinati, una sola ruga in mezzo alla fronte, che veniva fuori quando fumava. Aveva i tratti nobili degli aristocratici poveracci e irrecuperabili.
E io mi innamoravo e mi innamoro di tutti perché ero innamorata di lui, innamorata come le tredicenni, innamorata senza costrutto né obiettivo. Innamorata e basta. Innamorata della virgola in mezzo alla fronte mentre accendeva la sigaretta, dei jeans strappati, della moto da cross che usava per andare a scuola, degli orecchini a tutt'orecchio. Innamorata del suo essere tutti i visi di tutti i miei russi, di quelli coi tratti nobili degli aristocratici poveracci e irrecuperabili.
Lo amo ancora come amano le tredicenni, e solo per questo.
Quando inizio a leggere un romanzo russo, attendo di sapere chi sarà il mio M ventenne e corrucciato che rideva forte come i bambini.
Solo un mio russo non è stato lui: Ivan Karamazov. Per me Ivan è moro, non riesco a immaginarlo biondo e non riesco a ricordare se Dostoevskij lo abbia descritto o meno. Forse sì. Con gli occhi celesti e freddi, forse, o neri e scintillanti, che ai russi gli occhi scintillano sempre, per i nervi e per un mondo dentro che non sanno contenere. Alëša è biondo, un po' M quando rideva forte come i bambini.
E allora sto qui, con queste 800 e passa pagine in mano, do il viso di M a Nikolaj Vsevolodovič, penso al suo viso oggi, con tante virgole sulla fronte per le troppe sigarette, la barba che copre le altre. Gli occhi che sembrano più scuri, sarà il torbido che lascia l'ennesima palata di terra sulla bara di un amico. Non lo so.
Ora ride, ride sempre. Ride stupido, non più forte, parla sottovoce con picchi acuti. Ora ha l'espressione triste e composta e ipocrita che vedo su tutte le facce tristi e composte e ipocrite di tutti i padri e mariti e compagni e uomini che "ciao grandissimo come stai sabato ci facciamo una pizzata con le signore e i bambini" e però si odiano e appena sono a distanza di sicurezza il grandissimo diventa un coglione. E non pensa che pure lui potrà essere il coglione di qualcun altro. E ride, ride stupido e non più forte, con le rughe sulla fronte, mentre cerca di invecchiare il mio Myskin, il mio Bolkonskij, il mio Raskòl'nikov, il mio Stavrogin, ma non gli riesce. Non ha più i tratti nobili degli aristocratici poveracci e irrecuperabili, ma i miei russi sì.
Una volta, nel '98, a una festa di paese in piena estate, m'andai a sedere su una panchina. Passò lui con la fidanzata dell'epoca e passandomi di fronte non fece un solo movimento. Dieci passi oltre, si voltò, completamente, per guardarmi, camminando. Camminò e mi guardò per 10 secondi, mentre la mano della fidanzata (ironia, lei aveva un nome molto russo) gli stringeva la maglietta rossa sulla schiena.
S'è voltato avanti solo quando lei ha detto "che guardi" e lui non ha risposto. Ho apprezzato che non abbia risposto "niente".
Guardavo lei col viso senza trucco e i pantaloni bianchi, i sandali da monaco, i capelli come Natalie Imbruglia e il top a righe. E guardavo me con la maglia degli Offspring, i jeans neri, gli anfibi, la matita nera tutt'intorno agli occhi, gli occhiali da nerd prima che fossero da hipster e i capelli fino ai fianchi, boccoli naturali castano ramato ereditati da mia madre.
S'è voltato e io non so che espressione fosse quella.
Sui miei russi a volte la rivedo. E non la capisco ancora. E M quell'espressione non ce l'ha più.
Ho consegnato all'eternità i tratti d'un ragazzo che non esisterà mai più e che pure c'era. Eterna memoria.
Lo ringrazio ancora per non aver detto che guardava Niente.
Lo ringrazio ancora per aver dato il suo viso inalterabile a tutti i miei russi.

sabato 30 aprile 2016

"Trova lavoro subito nella moda": la guida spietata per provare a farne parte





C'è un mondo complicato, là fuori, dove molti sognano di entrare senza però aver ben chiaro cos'è, cosa si fa, quali sono i ruoli, i talenti, le competenze. Il "mondo della moda" è una galassia ampia, sfaccettata, che copre un campo molto vasto. Barbara Nicolini e Paola Occhipinti hanno cercato di mettere ordine, attraverso un manuale pratico, chiaro, necessario, edito da Sperling&Kupfer: "Trova lavoro subito nella moda".

Questo libro è una vera e propria guida che descrive nel dettaglio tutti i ruoli che è possibile ricoprire in questo campo e quali sono le competenze necessarie per raggiungere certi traguardi. È il libro che mancava, quello che spiega in modo esaustivo quale professione potreste svolgere e quale non è, invece, nelle vostre corde. Punti su cui riflettere, se si cerca di entrare in un mondo competitivo e a tratti spietato. Non solo talento e creatività, ma molto studio, costanza, umiltà e, ovviamente, passione per quello che si fa.

Conoscete la differenza tra una venditrice di negozio e una di showroom? Cosa fa esattamente un retail manager? E un wholesale manager? E un web project manager, invece? Nicolini e Occhipinti hanno lasciato la parola a chi quei ruoli li ricopre da anni, ai massimi livelli e, forse a sorpresa, consigliano di studiare materie che sembrano ben poco creative, come Economia e Commercio, ma anche Comunicazione e Marketing. Continuando la lettura, capirete anche i motivi. Queste figure, ampiamente descritte, restano fondamentali, altrimenti le competenze creative non avrebbero alcuna speranza di emergere. Per questo il primo capitolo è dedicato proprio a loro, e non a caso.

Il secondo, invece, è incentrato sui ruoli più visibili: stilista, visual merchandiser, stylist, nonché sulla netta distinzione delle competenze, talenti, inclinazioni, il tipo di lavoro che svolgono e come. Se pensate che basti il talento o una creatività vistosa, rassegnatevi e mettetevi a studiare seriamente, non solo frequentando università e corsi specifici, ma anche leggendo libri, guardando film, girando mostre, imparando le lingue (inglese, tedesco, francese, spagnolo, russo e lingue asiatiche sono le più richieste per ogni ruolo). Soprattutto, dimenticate la vita programmata, i week end liberi, le vacanze pianificate mesi prima: se desiderate questo tipo di vita regolare, il mondo della moda (tutt'intero) non fa per voi.

Il terzo capitolo è dedicato all'artigianato Made in Italy, una delle eccellenze di questo Paese. Si può essere eccellenti senza studio, esperienza, disciplina, spirito di sacrificio e umiltà? Indovinate: no! Barbara Nicolini e Paola Occhipinti raccontano come il disegno dello stilista diventa abito, attraverso il lavoro tecnico di sarti specializzati, e spiegano quale strada intraprendere per diventare modellisti e sarti di atelier, lasciando la parola a chi in questo campo ha esperienza da vendere.

Si passa poi a descrivere ruoli vecchi e nuovi che coinvolgono il mondo della moda. Il talent scout che scova bellezze al bar o in spiaggia, i modelli che spiegano con quale spirito è preferibile affrontare questo lavoro, la fashion blogger che racconta come ha cominciato. E poi ancora il fotografo, il PR, il consulente aziendale. I paragrafi a tratti diventano molto tecnici, come quando spiegano quali sono i nuovi mercati e qual è l'approccio giusto a queste nuove realtà: tecnici, sì, ma fondamentali.

Il quinto e ultimo capitolo dovrebbe essere letto anche da chi non vorrebbe trovare lavoro nel mondo della moda, ma semplicemente un impiego. "L'arte di trovare lavoro" è talmente utile e ben scritto che potrebbe tranquillamente essere un canovaccio per un libro a sé stante. Restando nel campo della moda, l'apparenza ha di certo la sua importanza, ma sappiate che ogni maison, ogni brand e ogni ruolo per il quale vi proponete presentano un'idea diversa di "eleganza": qual è quella rappresentata dalla maison che vi interessa? Resta fondamentale, dunque, non solo conoscere le vostre competenze e talenti, le vostre aspirazioni e i vostri limiti, dedicando le energie ad un obiettivo raggiungibile, è necessario anche avere una conoscenza profonda del ruolo stesso e del brand a cui vi indirizzate.

Le Autrici



Barbara Nicolini

Head hunter specializzata nel settore moda. Ha iniziato la sua carriera nelle risorse umane della Comunità Europea per poi passare a un'importante multinazionale americana, specializzandosi nel settore fashion and luxury. Ideatrice e conduttrice per Mediaset della trasmissione Non aprite quell'armadio. È sposata e ha tre figli.

Paola Occhipinti

Giornalista professionista, si occupa di moda e di beauty & wellness. Ha collaborato con uffici stampa, tra cui quello di Gianfranco Ferré, e con alcune agenzie fotografiche. Ha scritto per diverse riviste: Amica, Glamour, Marie Claire, Io Donna, Ok Salute, e per il settimanale Oggi ha firmato una rubrica dedicata alla moda. Attualmente collabora con il settimanale Gente. È sposata e ha un figlio.

Insieme, curano il blog JobSalad per il sito VanityFair.it.

Prefazione di Federico Rocca, Vice Caposervizio e Fashion Editor Vanityfair.it


Il libro



Trovare lavoro subito nella moda: edito da Sperling&Kupfer, 2016, 14.90€.

Disponibile anche in ebook (8,99€).

giovedì 31 marzo 2016

#AneddotiLetterari: Charlotte Brontë e lettere d'amore che gli uomini non meritano


Charlotte Brontë è vissuta poco. Moriva oggi, 31 marzo, nel 1855. Era nata il 21 aprile del 1816. Ho letto "Jane Eyre" a 13 anni, forse a 14, e ammetto di essermi annoiata molto, all'inizio. Alcune parti del romanzo erano desolanti (già l'ambientazione era funerea, e io l'ho letto d'estate, col sole splendente e la granita alla menta in mano). Poi scoprii che, più o meno, l'infanzia mostruosa di Jane in un certo senso è simile a quella di Charlotte.

Terza di sei fratelli, la madre muore di tumore e sfiancata dai parti ravvicinati quando Charlotte ha 5 anni. A prendersi cura della famiglia c'è la zia Elizabeth e la tata Tabby, ma il padre decide comunque di mandarla in una specie di collegio con le sue sorella maggiori, Maria e Elizabeth, e con la minore, Emily. Quel collegio era un incubo trasportato nella realtà: maltrattate, mal nutrite, ammalate e non curate, le allieve vivevano nella sporcizia, nonché esposte al freddo. Le sorelle maggiori morirono per i postumi di malattie sviluppate in collegio, Charlotte e Emily sopravvissero, ma ne portarono i segni per tutta la vita.

A 25 anni molla l'Inghilterra e, insieme a Emily, si trasferisce a Bruxelles per perfezionare il francese, ampliare le competenze e  aprire una scuola tutta sua. Succede però che Charlotte si innamora del suo professore. Non è proprio una cosa strana, capita, solo che Constantin Heger non la ricambia. È sposato, tiene famiglia (non che questo fosse un problema, allora come oggi) e a malapena le risponde. La moglie di lui trova le lettere strappate con disprezzo da Heger, le ricuce pensando di trovare le prove di un tradimento, e invece nulla. Era lei ad amare lui, a scrivere lettere bellissime e non apprezzate. Pare addirittura che il valoroso Heger, anziché affrontare la situazione, abbia chiesto a sua moglie di scrivere a Charlotte e mettere in chiaro i limiti della loro relazione e della corrispondenza. Questo quando Charlotte era già tornata in Inghilterra. Le arrivò una lettera di Madame Heger che la invitava a scrivere non più di una lettera ogni sei mesi.

Constantin Heger cuor di leone.

Le lettere della Brontë sono belle perché non parlano semplicemente d'amore (cosa banale) ma di affetto reale, vero, un complesso miscuglio di amicizia, stima, rispetto, candore. Lui la chiamava "esaltata con pensieri cupi" lei lo implorava di non negarle la sua amicizia, di non negarle quelle briciole che cadono dalla tavola del ricco. Quanto fastidio potevano davvero arrecare delle lettere spedite da un paese lontano, da una giovane donna innamorata? Evidentemente molto, oppure, ancora più evidente, Heger era uno stronzo.

Amen.

Essere oggetto di affetto e amore non dovrebbe essere una sfortuna, dovremmo essere felici di aver trovato qualcuno che ci apprezzi fino a quel punto, anche quando non possiamo ricambiare. Penso, in modo sempre più roccioso, che l'amore e l'affetto debbano essere meritati, per non rischiare di ritrovarsi come Charlotte, a implorare una parola di stima da un uomo che ben poca ne meritava. Bisogna essere signori con chi ci ama, almeno per non far capire all'altro che sta sbagliato di grosso sul nostro conto.
Charlotte Brontë ha evidentemente preso una cantonata: Heger era quello che s'è fatto togliere le castagne dal fuoco da sua moglie, mica quello che lei, Charlotte, definiva "maestro".

Il maestro degli stronzi, se proprio. Uno di quelli che non merita mica le lettere d'amore ben scritte, fondamentalmente perché non le sa leggere.

Chissà se Charlotte avrà capito d'essere stata molto, molto fortunata, per il fatto che un uomo così fosse il marito di un'altra e non il suo.

martedì 8 marzo 2016

Il circolo delle calze blu





Tra le pieghe della storia, molto spesso si perdono le donne. Abbiamo una sfilza di uomini tutto sommato mediocri e tutto sommato fortunati che, per qualche motivo, vengono ricordati. Donne valide, invece, finiscono in trafiletti d'enciclopedie troppo costose per essere lette.
È capitato ad Elizabeth Montagu. Ricca da fare impressione, sposò uno ricco da fare impressione. Lei aveva 22 anni, lui 55, sopportò il dolore di un figlio morto bambino e comunque non smise d'essere quello che era: una donna consapevole.
Parliamo del 1750. Elizabeth Montagu era ricca, ma la sua istruzione era comunque misera. Si rese conto che "una donna di quarant'anni era comunque più ignorante di un ragazzino di 12". Non trovava ragione per restare tale e lasciare che altre donne restassero in una specie di oblio culturale.
Chiamò delle amiche, per leggere libri, parlare di cultura, arte, scienza, tutti temi preclusi solitamente alle donne. Bandivano solo la politica: di quella, nei suoi salotti, non si parlava mai.
Fuori anche gli alcolici, consentito solo il tè.
Il piccolo club iniziò ad allargarsi, la Montagu non evitava certo la partecipazione maschile, ma viene da sé che gli uomini presenti erano sicuramente di ampie vedute. Uno di questi uomini era Horace Walpole, padre del romanzo gotico, autore de "Il castello di Otranto", padre del termine "serendipità" e chissà quante altre cose.

Un altro di questi signori, invece, tale Mr Stillingfleet, declinò un sentito invito da parte della più cara amica di Montegu, Elizabeth Vesey. Stillingfleet fece presente di non possedere delle calze nere di seta, necessarie per completare il perfetto outfit del gentiluomo dell'epoca. Elizabeth Vesey trovò la cosa esagerata: "venite con le vostre solite calze blu", rispose.

Le blue stockings

Il circolo di Elizabeth Montagu e Elizabeth Vesey aveva ora un nome.
Un'altra versione, invece, narra del povero Stillingfleet il quale, presentatosi spontaneamente in calze blu, venne accolto dalla Montagu con queste parole "il mio salotto è aperto allo spirito, non necessariamente all'eleganza".

Frecciatina.

Il Circolo delle Blue Stockings aveva intenzioni serie, si parlava dell'emancipazione femminile, dell'istruzione delle donne, dell'occupazione femminile, della parità tra i sessi. Nel 1750 non erano temi esattamente all'ordine del giorno.
Quando una donna (o un gruppo di donne) ha successo in un'attività, c'è sempre il rovescio della medaglia; dati gli argomenti seri, la cultura di spessore delle partecipanti, il bando di alcol e giochi di carte, il nome del circolo iniziò ad essere usato per denigrare, a voler indicare donne troppo serie, troppo pedanti, troppo altezzose.

Le fighe di legno ante litteram, direbbe chi non ne vede una dal giorno della sua nascita.

In realtà, Elizabeth Montagu era curiosa, intelligente, attiva, colta. Imparò da autodidatta il latino, il francese e l'italiano, amministrò da sola l'enorme patrimonio alla morte del marito, contribuì (in forma anonima) ad alcune opere corali di satira di costume, finché, nel 1762, decise di pubblicare un saggio col suo nome.
"Saggio sugli scritti e il genio di Shakespeare", in totale difesa del Bardo, sminuito da Voltaire. C'è da dire che Voltaire rispose con qualche anno di ritardo, in una lettera all'Accademia Francese, nel 1776. Inoltre, Shakespeare non era ancora molto noto nel resto d'Europa e lo stesso Voltaire partì amandolo, addirittura indicandolo come esempio letterario da seguire, per poi rimangiarsi tutto, non appena lo scrittore inglese iniziò effettivamente ad essere apprezzato in Francia.

Potremmo interrogarci sulla natura indie di Voltaire che lo porta all'incoerenza pur di snobbare il mainstream, ma non lo faremo.

Il saggio della Montagu portò un punto di vista innovativo nell'ambito della critica letteraria, all'epoca completo dominio maschile. Fu apprezzata, come donna e come letterata, e le venne riconosciuto merito per il suo studio su Shakespeare.
Insomma, degli ometti eruditi, che probabilmente valevano meno d'un'unghia di Elizabeth Montagu, le dissero "brava!"
Siamo alla metà del 1700, era un grande risultato. Ammesso gliene calasse qualcosa, ad Elizabeth Montagu. Non dava impressione di essere molto attaccata al giudizio altrui, specie maschile.
Montagu non fu l'unica erudita del gruppo. 
Elizabeth Carter fu la prima traduttrice inglese ufficiale di Epitteto e scrisse anche un saggio dal titolo  "Obiezioni sul Nuovo Testamento con le risposte di Mrs Carter."
Anna Laetitia Barbauld fu l'unica donna ad intervenire pubblicamente riguardo l'abrogazione del Test Act, attraverso un discorso molto apprezzato.
Molte altre diedero alle stampe racconti, guide di comportamento, memorie.

Il circolo delle Blue Stockings non fu solo un gruppo per ricche signore con molto tempo libero. La loro opera, il loro esempio, i modelli educativi proposti, influenzarono molti dei movimenti pre femministi inglesi successivi. In Francia, venne fondato un gruppo simile, chiamato "Bas-Bleu", odiato da Moliere, il quale definiva "saputelle, saccenti" le donne che ne facevano parte.

Nel 2016, gli argomenti restano gli stessi: educazione, emancipazione reale, occupazione, istruzione, discriminazione, parità di genere. 
Il punto è che esistono ancora i Moliere e il giudizio sulle fighe di legno.

mercoledì 2 marzo 2016

#AneddotiLetterari: Franz e Milena





Franz e Milena non dormivano abbracciati, a cucchiaio, eppure s'amavano. Secondo quelli che insegnano l'amore sui social e sulle riviste no, perché se non dormi a cucchiaio allora non ami. Franz e Milena non erano amanti da retorica, eppure se leggi Franz capisci che s'era rincoglionito come tutti quando amiamo, cucchiaio o no. Franz amava Milena a Praga, Milena amava Franz a Vienna. Nel frattempo, dormiva a cucchiaio con suo marito, forse. Non c'è amore più invincibile di quello che non vivi, di quello che sfiori, di quello che assaggi per un respiro solamente che chi se lo scorda più, non c'è amore più stronzo anche. A me sembra di offendere Franz mentre leggo le sue sciocchezze a Milena, perché non c'è niente di più ridicolo di una persona innamorata.  Un genio innamorato, che assurdità. Ti sembra di essere l'unico ad amare, quando sei innamorato. A Franz il nome Milena non piaceva e in ceco l'accento non è lì dove lo mettiamo noi.  Però chissà quante volte Franz ha pronunciano "Mìlena", rannicchiando i suoi 55 kg in un cucchiaio solitario prima di addormentarsi. Chissà quante volte, scosso dalla tosse tisica, s'alzava e pensava a Mìlena, scriveva a Mìlena. Chissà se Milena pensava a Franz, quando il marito la baciava. Milena era la parte forte. Franz era quello debole. Lui non aveva paracadute. Milena lo sapeva, e scrisse a Max Brod:


«Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell'entusiasmo, nell'ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos'altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo. È assolutamente incapace di mentire come è incapace di ubriacarsi. È senza il minimo rifugio, senza un ricovero. Perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È come un individuo nudo tra individui vestiti».

Milena era vestita, Franz era nudo. Franz, magro e tisico, Franz che odiava il suo corpo e lo trovava ripugnante, vagava nudo nel mondo vestito. Franz avrebbe voluto essere dimenticato dalla storia e io ora son qui a leggere le sue stronzate da innamorato e mi vergogno, perché le sue stronzate son le mie. E pure le vostre. Ma non vorremmo mai farle leggere. Eppure sono qui e leggo e penso: il mondo si divide tra la gente che insegna l'amore con le posizioni nel sonno e i Franz Kafka. I secondi perdono sempre e restano soli e nudi e strozzati dalla tisi.

venerdì 5 febbraio 2016

L'assioma del Chino

C'è chi nasce con la camicia, non c'è niente da fare. Non è solo raccomandazione, spintarella, corruzione, a volte sei simpatico agli Dei e ti premiano, ti coccolano, ti sono vicini, ti amano, ti danno uno schiaffetto sulla manina e subito dopo il gelato, per compensare.
Poi c'è l'umanità, grigia eppure variegata, quella che si fa il culo e non basta, quella che s'ammazza di fatica e non basta, quella che non dorme mai e non basta, quella, insomma, schifata dagli Dei.

Quella tipo me, ma anche tipo te che leggi, altrimenti non staresti leggendo me.

Il calcio riesce sempre a esemplificare la vita, è il paradigma assoluto.
Se è vero, come è vero, che tutto quello che so me l'hanno insegnato i romanzi russi, è altrettanto vero che la teoria della letteratura trova la sua più perfetta applicazione nel calcio.

Il giuoco del calcio.

C'era una volta a Montevideo un ragazzetto con gli occhi a mandorla e un sinistro che nasce raramente. Alvaro Recoba detto El Chino fa innamorare Massimo Moratti e quando facevi innamorare Moratti, negli anni '90, avevi 7 generazioni di familiari con il trono d'oro assicurato. Nonostante la lunga schiera di gente losca, avanzi di galera, fuggiaschi dalle maglie della legge e puttanieri prestati al calcio che Moratti ha lasciato pascolare su campi nazionali e internazionali, con la maglia dell'Inter addosso, l'amore dell'ex presidente per Recoba aveva un senso. Ce l'ha per chiunque.

Recoba era amato dagli Dei. Recoba non ha mai cambiato espressione, Recoba non ha mai smesso di avere la faccia di uno che ti sta coglionando forte, fortissimo, eppure non riesci a volergli male. Recoba non ha mai dovuto dimostrare di meritarsi l'ingaggio più alto del mondo del calcio nel biennio 2001-2003. Recoba era amato dagli Dei e gli Dei gli hanno mandato un padre adottivo facoltoso e pazzo di lui, che non lo ha mai messo in dubbio. Recoba magro, Recoba con la trippa, Recoba pigro, Recoba sveglio, era indifferente. 
Tutto era indifferente: Alvaro aveva l'amore dei tifosi, del presidente, la simpatia delle tifoserie avversarie, il riconoscimento di un talento eccezionale. Anche quando, indolente e sornione, non faceva niente per meritare tutto ciò. Anzi.

L'assioma del Chino è esattamente questo: hai talento ma non lo applichi, non ti interessa, è naturale per te averlo ed è naturale che gli altri lo sappiano senza che tu debba muovere un sopracciglio. Usi questo talento con parsimonia per continuare ad avere le lodi di tanto in tanto, per divertire il papà adottivo in tribuna, i tifosi sparsi in giro, così, di estro, una domenica pomeriggio, senza badare al risultato in sé, fai la magia perché ti va, come fa un artista: si alza e dipinge, si alza e compone, poi s'annoia e smette per 6 mesi.
E tu, umanità grigia seppur variegata disprezzata dagli Dei, non riesci neanche a domandarti "perché lui sì e io no?", tu sai che lui è predestinato, nato per essere ricordato, nato per spiccare senza neanche impegnarsi, nato da un ventre di donna che a questo punto sarà d'oro zecchino.

L'assioma del Chino è non poter evitare d'amare e osannare chi ti mostra ogni giorno quanto tu riesca a fare schifo agli Dei, pure se non te ne frega una mazza dei suddetti Dei.