giovedì 31 marzo 2016

#AneddotiLetterari: Charlotte Brontë e lettere d'amore che gli uomini non meritano


Charlotte Brontë è vissuta poco. Moriva oggi, 31 marzo, nel 1855. Era nata il 21 aprile del 1816. Ho letto "Jane Eyre" a 13 anni, forse a 14, e ammetto di essermi annoiata molto, all'inizio. Alcune parti del romanzo erano desolanti (già l'ambientazione era funerea, e io l'ho letto d'estate, col sole splendente e la granita alla menta in mano). Poi scoprii che, più o meno, l'infanzia mostruosa di Jane in un certo senso è simile a quella di Charlotte.

Terza di sei fratelli, la madre muore di tumore e sfiancata dai parti ravvicinati quando Charlotte ha 5 anni. A prendersi cura della famiglia c'è la zia Elizabeth e la tata Tabby, ma il padre decide comunque di mandarla in una specie di collegio con le sue sorella maggiori, Maria e Elizabeth, e con la minore, Emily. Quel collegio era un incubo trasportato nella realtà: maltrattate, mal nutrite, ammalate e non curate, le allieve vivevano nella sporcizia, nonché esposte al freddo. Le sorelle maggiori morirono per i postumi di malattie sviluppate in collegio, Charlotte e Emily sopravvissero, ma ne portarono i segni per tutta la vita.

A 25 anni molla l'Inghilterra e, insieme a Emily, si trasferisce a Bruxelles per perfezionare il francese, ampliare le competenze e  aprire una scuola tutta sua. Succede però che Charlotte si innamora del suo professore. Non è proprio una cosa strana, capita, solo che Constantin Heger non la ricambia. È sposato, tiene famiglia (non che questo fosse un problema, allora come oggi) e a malapena le risponde. La moglie di lui trova le lettere strappate con disprezzo da Heger, le ricuce pensando di trovare le prove di un tradimento, e invece nulla. Era lei ad amare lui, a scrivere lettere bellissime e non apprezzate. Pare addirittura che il valoroso Heger, anziché affrontare la situazione, abbia chiesto a sua moglie di scrivere a Charlotte e mettere in chiaro i limiti della loro relazione e della corrispondenza. Questo quando Charlotte era già tornata in Inghilterra. Le arrivò una lettera di Madame Heger che la invitava a scrivere non più di una lettera ogni sei mesi.

Constantin Heger cuor di leone.

Le lettere della Brontë sono belle perché non parlano semplicemente d'amore (cosa banale) ma di affetto reale, vero, un complesso miscuglio di amicizia, stima, rispetto, candore. Lui la chiamava "esaltata con pensieri cupi" lei lo implorava di non negarle la sua amicizia, di non negarle quelle briciole che cadono dalla tavola del ricco. Quanto fastidio potevano davvero arrecare delle lettere spedite da un paese lontano, da una giovane donna innamorata? Evidentemente molto, oppure, ancora più evidente, Heger era uno stronzo.

Amen.

Essere oggetto di affetto e amore non dovrebbe essere una sfortuna, dovremmo essere felici di aver trovato qualcuno che ci apprezzi fino a quel punto, anche quando non possiamo ricambiare. Penso, in modo sempre più roccioso, che l'amore e l'affetto debbano essere meritati, per non rischiare di ritrovarsi come Charlotte, a implorare una parola di stima da un uomo che ben poca ne meritava. Bisogna essere signori con chi ci ama, almeno per non far capire all'altro che sta sbagliato di grosso sul nostro conto.
Charlotte Brontë ha evidentemente preso una cantonata: Heger era quello che s'è fatto togliere le castagne dal fuoco da sua moglie, mica quello che lei, Charlotte, definiva "maestro".

Il maestro degli stronzi, se proprio. Uno di quelli che non merita mica le lettere d'amore ben scritte, fondamentalmente perché non le sa leggere.

Chissà se Charlotte avrà capito d'essere stata molto, molto fortunata, per il fatto che un uomo così fosse il marito di un'altra e non il suo.

martedì 8 marzo 2016

Il circolo delle calze blu





Tra le pieghe della storia, molto spesso si perdono le donne. Abbiamo una sfilza di uomini tutto sommato mediocri e tutto sommato fortunati che, per qualche motivo, vengono ricordati. Donne valide, invece, finiscono in trafiletti d'enciclopedie troppo costose per essere lette.
È capitato ad Elizabeth Montagu. Ricca da fare impressione, sposò uno ricco da fare impressione. Lei aveva 22 anni, lui 55, sopportò il dolore di un figlio morto bambino e comunque non smise d'essere quello che era: una donna consapevole.
Parliamo del 1750. Elizabeth Montagu era ricca, ma la sua istruzione era comunque misera. Si rese conto che "una donna di quarant'anni era comunque più ignorante di un ragazzino di 12". Non trovava ragione per restare tale e lasciare che altre donne restassero in una specie di oblio culturale.
Chiamò delle amiche, per leggere libri, parlare di cultura, arte, scienza, tutti temi preclusi solitamente alle donne. Bandivano solo la politica: di quella, nei suoi salotti, non si parlava mai.
Fuori anche gli alcolici, consentito solo il tè.
Il piccolo club iniziò ad allargarsi, la Montagu non evitava certo la partecipazione maschile, ma viene da sé che gli uomini presenti erano sicuramente di ampie vedute. Uno di questi uomini era Horace Walpole, padre del romanzo gotico, autore de "Il castello di Otranto", padre del termine "serendipità" e chissà quante altre cose.

Un altro di questi signori, invece, tale Mr Stillingfleet, declinò un sentito invito da parte della più cara amica di Montegu, Elizabeth Vesey. Stillingfleet fece presente di non possedere delle calze nere di seta, necessarie per completare il perfetto outfit del gentiluomo dell'epoca. Elizabeth Vesey trovò la cosa esagerata: "venite con le vostre solite calze blu", rispose.

Le blue stockings

Il circolo di Elizabeth Montagu e Elizabeth Vesey aveva ora un nome.
Un'altra versione, invece, narra del povero Stillingfleet il quale, presentatosi spontaneamente in calze blu, venne accolto dalla Montagu con queste parole "il mio salotto è aperto allo spirito, non necessariamente all'eleganza".

Frecciatina.

Il Circolo delle Blue Stockings aveva intenzioni serie, si parlava dell'emancipazione femminile, dell'istruzione delle donne, dell'occupazione femminile, della parità tra i sessi. Nel 1750 non erano temi esattamente all'ordine del giorno.
Quando una donna (o un gruppo di donne) ha successo in un'attività, c'è sempre il rovescio della medaglia; dati gli argomenti seri, la cultura di spessore delle partecipanti, il bando di alcol e giochi di carte, il nome del circolo iniziò ad essere usato per denigrare, a voler indicare donne troppo serie, troppo pedanti, troppo altezzose.

Le fighe di legno ante litteram, direbbe chi non ne vede una dal giorno della sua nascita.

In realtà, Elizabeth Montagu era curiosa, intelligente, attiva, colta. Imparò da autodidatta il latino, il francese e l'italiano, amministrò da sola l'enorme patrimonio alla morte del marito, contribuì (in forma anonima) ad alcune opere corali di satira di costume, finché, nel 1762, decise di pubblicare un saggio col suo nome.
"Saggio sugli scritti e il genio di Shakespeare", in totale difesa del Bardo, sminuito da Voltaire. C'è da dire che Voltaire rispose con qualche anno di ritardo, in una lettera all'Accademia Francese, nel 1776. Inoltre, Shakespeare non era ancora molto noto nel resto d'Europa e lo stesso Voltaire partì amandolo, addirittura indicandolo come esempio letterario da seguire, per poi rimangiarsi tutto, non appena lo scrittore inglese iniziò effettivamente ad essere apprezzato in Francia.

Potremmo interrogarci sulla natura indie di Voltaire che lo porta all'incoerenza pur di snobbare il mainstream, ma non lo faremo.

Il saggio della Montagu portò un punto di vista innovativo nell'ambito della critica letteraria, all'epoca completo dominio maschile. Fu apprezzata, come donna e come letterata, e le venne riconosciuto merito per il suo studio su Shakespeare.
Insomma, degli ometti eruditi, che probabilmente valevano meno d'un'unghia di Elizabeth Montagu, le dissero "brava!"
Siamo alla metà del 1700, era un grande risultato. Ammesso gliene calasse qualcosa, ad Elizabeth Montagu. Non dava impressione di essere molto attaccata al giudizio altrui, specie maschile.
Montagu non fu l'unica erudita del gruppo. 
Elizabeth Carter fu la prima traduttrice inglese ufficiale di Epitteto e scrisse anche un saggio dal titolo  "Obiezioni sul Nuovo Testamento con le risposte di Mrs Carter."
Anna Laetitia Barbauld fu l'unica donna ad intervenire pubblicamente riguardo l'abrogazione del Test Act, attraverso un discorso molto apprezzato.
Molte altre diedero alle stampe racconti, guide di comportamento, memorie.

Il circolo delle Blue Stockings non fu solo un gruppo per ricche signore con molto tempo libero. La loro opera, il loro esempio, i modelli educativi proposti, influenzarono molti dei movimenti pre femministi inglesi successivi. In Francia, venne fondato un gruppo simile, chiamato "Bas-Bleu", odiato da Moliere, il quale definiva "saputelle, saccenti" le donne che ne facevano parte.

Nel 2016, gli argomenti restano gli stessi: educazione, emancipazione reale, occupazione, istruzione, discriminazione, parità di genere. 
Il punto è che esistono ancora i Moliere e il giudizio sulle fighe di legno.

mercoledì 2 marzo 2016

#AneddotiLetterari: Franz e Milena





Franz e Milena non dormivano abbracciati, a cucchiaio, eppure s'amavano. Secondo quelli che insegnano l'amore sui social e sulle riviste no, perché se non dormi a cucchiaio allora non ami. Franz e Milena non erano amanti da retorica, eppure se leggi Franz capisci che s'era rincoglionito come tutti quando amiamo, cucchiaio o no. Franz amava Milena a Praga, Milena amava Franz a Vienna. Nel frattempo, dormiva a cucchiaio con suo marito, forse. Non c'è amore più invincibile di quello che non vivi, di quello che sfiori, di quello che assaggi per un respiro solamente che chi se lo scorda più, non c'è amore più stronzo anche. A me sembra di offendere Franz mentre leggo le sue sciocchezze a Milena, perché non c'è niente di più ridicolo di una persona innamorata.  Un genio innamorato, che assurdità. Ti sembra di essere l'unico ad amare, quando sei innamorato. A Franz il nome Milena non piaceva e in ceco l'accento non è lì dove lo mettiamo noi.  Però chissà quante volte Franz ha pronunciano "Mìlena", rannicchiando i suoi 55 kg in un cucchiaio solitario prima di addormentarsi. Chissà quante volte, scosso dalla tosse tisica, s'alzava e pensava a Mìlena, scriveva a Mìlena. Chissà se Milena pensava a Franz, quando il marito la baciava. Milena era la parte forte. Franz era quello debole. Lui non aveva paracadute. Milena lo sapeva, e scrisse a Max Brod:


«Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell'entusiasmo, nell'ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos'altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo. È assolutamente incapace di mentire come è incapace di ubriacarsi. È senza il minimo rifugio, senza un ricovero. Perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È come un individuo nudo tra individui vestiti».

Milena era vestita, Franz era nudo. Franz, magro e tisico, Franz che odiava il suo corpo e lo trovava ripugnante, vagava nudo nel mondo vestito. Franz avrebbe voluto essere dimenticato dalla storia e io ora son qui a leggere le sue stronzate da innamorato e mi vergogno, perché le sue stronzate son le mie. E pure le vostre. Ma non vorremmo mai farle leggere. Eppure sono qui e leggo e penso: il mondo si divide tra la gente che insegna l'amore con le posizioni nel sonno e i Franz Kafka. I secondi perdono sempre e restano soli e nudi e strozzati dalla tisi.