sabato 20 agosto 2016

"Il cielo sopra Lima": storia di una musa inventata e d'un futuro premio Nobel

L'amore è un discorso, amico mio, è un feuilleton, un romanzo, se non si scrive nella testa, o sulla carta, o in qualunque altro posto, non esiste, resta a metà; non smette di essere una sensazione che si è creduto sentimento...
Foto: Millennium Images - Art Director: Cecilia Flegenheimer e Francesco Marangon - Graphic DEsigner: Cristopher Moisan

Prendiamo Lima, Lima capitale del Perù, nel 1904. Lima, capitale del Perù, fa da sfondo alla vita di migliaia di persone, molti poveracci, molti sfruttati, qualche ricco. Ricchi di nascita e generazioni, ricchi da poco e a costo di vite altrui, ricchi solo per titolo nobiliare e senza più un sol ma che possono vantare ascendenze eroiche.Prendiamo questa Lima che acceca, questa Lima a tratti balorda e a tratti piena di luce, dove le puttane e gli operai e le ville e le signorine oneste e i giovanotti galanti e gli studenti universitari si mescolano senza quasi sfiorarsi.
Sotto il cielo di questa Lima, nel 1904, ci sono anche José Gálvez e Carlos Rodríguez, appena ventenni, ricchi, annoiati, studenti di Legge perché così deve essere così sia e così sarà ma che vivono col sacro fuoco della poesia nell'anima. Come tutti i ventenni di tutto il mondo in tutte le epoche, chi più, chi meno.

José e Carlos, ricchi, amici e coetanei, ma decisamente non in posizione paritaria perché Rodríguez senior è un arricchito, uno che ha fatto affari col caucciù, uno che ha spedito e mantiene da anni in Spagna uno studioso che possa rintracciare un qualche antenato degno di nota e non solo quella massa di straccioni, delinquenti e contadini che sa essere la sua famiglia limegna.
Carlos ha imparato a far le facce, Carlos ha imparato a contenere i sentimenti e atteggia il viso in base all'occasione, come un tessuto che s'appiccica addosso quando c'è umidità: faccia triste, faccia allegra, faccia accomodante. Faccia accomodante, sorridente, quasi sempre. Il papà di Carlos temeva che il ragazzo diventasse finocchio, perché i gay nel 1904, a Lima, non c'erano, c'erano i finocchi, quelli sì. E non c'erano le escort ma c'erano le puttane, da sempre e sempre ci saranno, a Lima come altrove. Per i 13 anni, Carlos riceve in regalo la verginità di una coetanea polacca pescata chissà dove e che costa 400 dollari. Era necessario diventare uomini e mettere da parte quella roba deviata che è la poesia. Carlos allora legge e compone di nascosto, insieme a José, che invece è ricco ma anche pieno di antenati di prima qualità, il che lo lasciava avere sempre l'ultima parola.
Rifugiati in una soffitta a pezzi, in un quartiere abitato da cinesi laboriosi e silenziosi, José e Carlos immaginano la vita, inventano storie, deviano dal percorso che le loro famiglie hanno scritto e sanno bene che solo ora, in quell'attimo, possono provare ad avere un'aspirazione personale, diversa.

Vivere in Perù nel 1904 significa anche avere difficoltà a reperire un libro, a far arrivare una comunicazione. Carlos e José adorano Juan Ramón Jiménez, poeta che è quasi un loro coetaneo eppure già noto, apprezzato, celebrato, futuro premio Nobel ma questo, Carlos, José e probabilmente anche Juan Ramon, neanche lo immaginano. Scrivono al poeta per avere delle copie dei suoi scritti, ma vengono ignorati. Come convincerlo ad ascoltarli? L'espediente narrativo è uno, semplice, elementare: fingersi una giovane limegna, toccata nell'animo dalle liriche di Juan Ramón. L'espediente funziona e il poeta risponde: nasce così Georgina. Carattere e tratti somatici plasmati sulle poche donne e le tante puttane conosciute, con Carlos alla penna. Perché Carlos, con grande terrore del padre che in quei segni vedeva tutta la devianza del suo erede, aveva una scrittura svolazzante e femminea, adatta a Georgina. Proprio per il giovane Rodríguez, Georgina avrà un significato assoluto, vero faro che lo aiuterà a conoscere se stesso e a diventare, almeno in alcune circostanze, il vero Carlos, e non il ragazzo che prova le espressioni davanti allo specchio.

Il carteggio inizia e diventa sempre più fitto, ad ogni attracco di nave, Carlos e José tremano, in attesa delle risposte del poeta spagnolo, intenzionati a ricevere una poesia ispirata da loro, cioè da Giorgina. Georgina che, da espediente, inizia a diventare vera e la situazione, a questo punto, sfugge di mano: dove comincia l'artificio letterario e dove finisce? Quant'è lecito andare oltre? Georgina diventerà anche stella polare d'un'amicizia mai stata davvero tale, con un cavaliere e un vassallo a far da protagonisti, non solo progettata e falsa musa d'un poeta ignaro e raggirato.

Juan Gómez Bárcena, nato a Santander nel 1984, vive e insegna materie letterarie a Madrid.

Juan Gómez Bárcena, classe '84, è l'autore di questo romanzo che parla di poesia, certo, ma nel modo in cui tutti noi possiamo capirla. La poesia intrinseca nell'amore che vorremmo vivere, quello sognato, e quello che poi è reale, anche se ha la faccia di una puttana polacca terrorizzata. È la narrazione di un'amicizia, degli stereotipi duri a morire che spingono alcuni sempre un passo indietro, dalla classe sociale all'orientamento sessuale. È un'ode alla fantasia, alla gioventù che inventa, cerca di uscire dal campo delimitato da altri anche se sa, sa bene, che oltre un certo punto non sarà consentito andare. È la ricostruzione, profonda e ironica, di due menti che cercano di volare e trovare una dimensione pur sapendo già come andrà l'atterraggio. Per certuni il futuro, nel 1904, era già scritto, a volte anche nel 2016.
E poi, ancora, le vivide immagini dei contrasti interiori e interni, gli intellettuali e gli istruiti in bilico perenne tra l'ammirazione per la Spagna e la volontà di costruire una cultura autonoma, senza influenze dell'odiato e amato colonizzatore; l'atmosfera di quegli anni, gli indios sfruttati e ammazzati come se fossero nulla e non uomini, risvolti storico-sociali che servono a Bárcena per delineare meglio il peso interiore dei due ragazzi, il loro vissuto, persi, felici, ricchi, annoiati, inclini allo spleen e col cuore gonfio di vita sotto il cielo di Lima. Sentimenti che solo a vent'anni si possono provare.
Un romanzo scorrevole, che inchioda alle pagine, impossibile fermare la lettura. Lo stile, pungente e mai banale, ha un ritmo elevato, la trama appassiona, con momenti in cui è impossibile non chiedersi "e ora cosa farà?", spingendo il lettore a voltare subito pagina.

Per "Il cielo sopra Lima", l'autore Juan Gómez Bárcena ha vinto il premio "El Ojo Crítico de Narrativa" nel 2014. Nel 2016, Frassinelli lo porta finalmente in Italia, tradotto da  Enrica Budetta. In questa pagina della Sperling&Kupfer potrete acquistare il romanzo del giovane professore spagnolo.

Titolo: Il Cielo Sopra Lima
Autore: Juan Gómez Bárcena
Editore: Frassinelli
Traduzione: Enrica Budetta
Anno: 2016
Prezzo: 19,50€
Ebook: 9,99€

mercoledì 17 agosto 2016

Essere interisti: capelli sconsiderati e "click" nerazzurri

Gregor Samsa una mattina si svegliò e s'accorse di essere diventato uno scarafaggio repellente*.
David Alan Kepesh una mattina si svegliò e s'accorse di essere diventato una mammella enorme**.
Platòn Kovalëv una mattina si svegliò e s'accorse di non avere più il naso***.
Charles Luger era in un taxi a Park Avenue quando avvertì un "click" e la neshama Jiddish esplodergli dentro****.

Nella stagione 1988/89 io oscillavo tra i 4 e i 5 anni, avevo una mamma interista (pure ora), un cugino interista (pure ora) e uno zio interista (non più con noi ma secondo me è ancora interista).
Mio cugino, invece, oscillava tra i 18 e i 19 anni e aveva i capelli lunghi. Mio zio non poteva soffrire d'avere una figlia coi capelli alla Annie Lennox e un figlio coi capelli alla Joey Tempest, sicché si rivolgeva all'erede maschio dicendo "ma non è ora che tagli 'sti capelli di merda?" ma un po' perché andavano di moda, un po' per far dispetto, lui teneva i riccioloni intatti.
In quella stagione, l'Inter giocò contro il Bayern Monaco, Coppa Uefa. L'andata a Monaco fu un trionfo nerazzurro, 2-0 per l'Inter e tranquillità per Milano.
Mio cugino, giovane, superbo e sconsiderato come i suoi capelli, pensò bene di scommettere e disse a suo padre "se perdiamo la partita di ritorno mi taglio i capelli", forte di un risultato che andava solo amministrato e certo di non correre rischi.
Mio zio sorrise.
Il sorriso della lunga militanza interista.
Il sorriso della consapevolezza che quando si tratta di Inter non esiste "facile", non esiste "amministrare", non esiste sicurezza.
Del doman non v'è certezza, quando si parla di Inter poi lasciamo stare, mio zio lo sapeva e accettò la scommessa.
A San Siro, l'Inter prese 3 pere, segnò un gol. Addio Uefa.
Mio zio, lentamente, un po' platealmente e con una certa seria gravità allungò 10.000 lire al figlio e disse "Annito il barbiere alle 8 apre".
Andò a dormire trovando così consolazione per una delle tante sconfitte inaspettate, sconvolgenti, prive di senso, logica, motivo, sconsiderate, stronze, brutali cui gli interisti sono abituati: capelli decenti per il figlio e una crudele lezione imparata, marchiata a fuoco nell'anima di scapestrato tifoso nerazzurro che avvertiva la vocazione e l'abbracciava con entusiasmo senza però capire ancora la portata della questione nella sua totalità.
Mio cugino tenne fede al patto, alle otteccinque era dal barbiere Annito, che lo prendeva per culo senza posa, pietà e misericordia. Tagliava e rideva. Rinunciò ai riccioloni, non fece mai più crescere i capelli, non scommise mai più nulla. Specialmente quando si trattava di Inter. Oggi, ha lo stesso sorriso di lunga militanza nerazzurra consapevole e felice che aveva suo padre nel millennovecentottantanove e i capelli rasati.

Io questo episodio me lo ricordo.
Io sapevo di essere interista.
Io non mi sono svegliata una mattina come Gregor Samsa o David Alan Kepesh e ho scoperto di essere interista. No.
Io non mi sono svegliata una mattina come Platòn Kovalëv alla ricerca del mio naso/squadra, ce l'ho sempre avuto, io, il naso interista appiccicato sulla faccia.
Io non ho sentito un "click" dentro come Charles Luger che mi facesse supporre improvvisamente di avere dentro la neshama nerazzurra.
Oserei dire: sono nata interista. Come mia madre, mio zio, mio cugino, ho abbracciato la vocazione che era già presente.
Ho gli occhi castani, i fianchi larghi e sono interista, cose forse arrivate tutte per via genetica, eredità del ramo materno.
So che mio cugino a inizio stagione ottantottottantanove aveva i riccioli lunghi e alla fine della stagione non li aveva più. Però sorrideva in un modo diverso.
L'unico "click" che avverte l'interista è quando, dopo una mazzata sconsiderata come i ricci di un diciottenne e inattesa come incontrare uno scarafaggio parlante, una tetta che ride o un naso trafelato, sorride con salomonica e consapevole compostezza.
Lo imparano tutti, tutti gli interisti, chi prima, chi dopo.
Questione di vocazione abbracciata, di genetica, d'eredità.
Click.

Protagonista de "La Metamorfosi" di Franz Kafka*
Protagonista de "Il Seno" di Philip Roth**
Protagonista de "Il Naso" di Nikolaj Gogol'***
Protagonista de "Il Gilgul di Park Avenue", uno dei racconti presente nell'opera "Per Alleviare Insopportabili Impulsi" di Nathan Englander***

domenica 14 agosto 2016

Franco Bragagna, Shahrazād dell'atletica raccontata

Franco Bragagna ha l'immenso potere di apparire antipatico, saccente, pedante, ma mai cialtrone né stucchevole. In un'epoca in cui gli sport "minori" (e minori rispetto a cosa?)  vengono lasciati commentare da gente che s'informa su Wikipedia, e quelli "maggiori" da chi pare più infoiato, Franco Bragagna è l'ultimo fulgido baluardo di competenza in una Rai che schiaffa Carlo Conti a fare il direttore artistico di Sanremo e Radio Rai. Ora, Bragagna può apparire datato ai giovani hipster abituati agli schiamazzi Mediaset e alle cronache da LSD di Caressa, ma Franco è l'anello di congiunzione tra i composti commentatori Rai d'un tempo e quelli caciaroni di oggi.
Franco Bragagna si esalta e s'incazza quando c'è bisogno di esaltarsi e incazzarsi. Franco Bragagna si schiera, cosa che i cronisti compassati e quelli caciaroni non fanno mai. Bragagna non si schiera basandosi sul tifo, ma sulle nozioni e le regole. E la competenza. S'intuisce che Bragagna è uno che odia far brutta figura, per questo non lo prenderete mai in fallo.

Alcuni sport, se si ha passione, fanno venire la pelle d'oca anche senza commento. La scrollata di spalle di Popov, il calcio d'inizio d'una finale mondiale, Cagnotto che dà il tempo, Bolt che si piega prima di partire a razzo. Quegli attimi che precedono il Tutto sportivo, prima che si compia, a prescindere dal risultato.
Se non c'è passione, servono i Franco Bragagna. Avrei amato così tanto il nuoto senza le telecronache con annessi piccoli intermezzi comici di Sandro Fioravanti e Luca Sacchi? Non lo so. So che ieri ho sentito Francone pronunciare "Anxela" per dire "Angela" e ho pensato "va' che ora mi ribattezzo". Bragagna fa venire la pelle d'oca a quelli che, prima di ascoltarlo, ignoravano completamente l'atletica. Ci mette l'intermezzo comico, la competenza, le nozioni, la brutalità di chi sa quanto può dare un atleta e poi non lo fa.

Ho in testa decine di cronache di Franco Bragagna e non ricordo il nome del primo ragazzetto che ho baciato. Perché lui, il ragazzetto, non era coinvolgente come Bragagna, e ricordo solo che baciava male e produceva ettolitri di saliva al secondo. In casa mia diciamo "metti a Bragagna" quando c'è una qualsiasi manifestazione d'atletica che la Rai trasmette. Gli atleti vengono dopo, perché oggi c'è Bolt, prima c'era Maurice Greene, dopo Bolt ci sarà qualcun altro, e a far la differenza nel raccontare la storia, la gara, ci sarà Franco Bragagna.
Perché Bragagna non è uno snocciolatore di dati o un rappresentante di immagini.
Bragagna è un narratore.
Bragagna è un incanalatore d'emozione.
Bragagna sta provando quello che provi tu e lo dice magnificamente.
Bragagna è un dipanatore di sentimenti.
Bragagna è uno story teller di talento.
Bragagna è un poetico e tecnico scassacazzo.
Bragagna è come Shahrazād, sta rimandando la nostra morte, causata dal disinteresse sportivo dovuto ai cronisti, eccessivamente protagonisti o insulsamente anonimi.
Bragagna, non ci bastano le mille e una cronaca, vai avanti a oltranza.

Bragagna io ti prego, commentami la vita, fammi appassionare ai miei tempi morti. Credo che il ragazzetto si chiamasse Massimiliano, comunque. Se l'avessi detto a Bragagna, se lo ricorderebbe, con tanto di tempi, classifica e aneddoto a corredo del tutto. 
Bragagna, resta la nostra Shahrazād, ci servi come l'aria.

mercoledì 10 agosto 2016

Dostoevskij, Aleksandr Popov e Michael Phelps

Lev Nikolaevic Myškin è stato definito "il Cristo moderno" perché il candore della sua anima non era di questo mondo. Dostoevskij mette in bocca al principe una serie di frasi, lo fa muovere in atteggiamenti tali da marchiare a fuoco sulla pelle dell'umanità il concetto di nobiltà d'animo, di splendore morale. Ogni bene ha un male e il male di Myškin si chiama Parfën Rogožin, ben prima dell'epilessia.

Lo stesso Dostoevskij descrive così la genesi del personaggio:

« Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »

Ora, io ho questo problema di dover legare i personaggi che amo alle persone che ammiro e il mio Myškin, per me, si chiama Aleksandr Popov. La biografia ufficiale recita: nato il 16 novembre 1971 a Ekaterinburg, la città dell'eccidio dei Romanov, Sasha odiava l'acqua e nuotava a dorso. Un giorno decide di guardare in faccia il nemico e cambia la storia. La sua, ma pure quella dello sport che ha scelto d'onorare.
Alle Olimpiadi di Barcellona, mentre Freddie Mercury duetta duro con Montserrat Caballé, Popov si porta a casa l'oro individuale nei 50 e nei 100 stile libero. E deve ancora compiere 21 anni.
Si presenta ad Atlanta, nel 1996, per difendere un titolo difficile, in casa dell'avversario più forte, Gary Hall jr. Le immagini pre gara a bordo piscina, prima dei 100 sl,  me le porto dentro da vent'anni. Popov tranquillo, muto, si scalda. Era ancora la sciagurata epoca del costume slip. Indossava solo una t-shirt bianca e gli occhialini, non ha mai usato la cuffia. Hall è tutto un urlare, tirarsi cazzotti sul petto come un gorilla sotto acidi, mimare mosse da pugile. Uno spettacolo grottesco, a suo modo. 

(Qui c'è il video, pessima qualità ma esaustivo, c'è pure un Van Den Hoogenband diciottenne).

Si tuffano. 
Popov vince. 
Hall rosica. 
Aleksandr è il secondo nuotatore a riconfermare due titoli olimpici, prima di lui solo Johnny "Tarzan" Weissmuller difese e riconquistò il titolo in due Olimpiadi consecutive. 
Succede, però, che il destino scelga d'essere baro e rio e un po' stronzo e subito dopo i Giochi, Popov/Myškin torna a Mosca e si becca una coltellata a un fianco. Gli salvano la vita dopo un intervento interminabile e passa tre mesi in riabilitazione, perdendo chili di muscoli. Un anno dopo partecipa agli Europei di Siviglia e vince ancora.

Come il bene sul male. 

Dopo l'aggressione si fa paraculamente battezzare e si sposa: non so cosa sia peggio, ma lo perdono.
Ci riprova a Sidney nel 2000 ma è "solo" argento" e lì fu chiaro che non era solo l'abdicare dello Zar, prima o poi sarebbe accaduto, era un'epoca che moriva.
Nel 2003, a 31 anni, ai mondiali di Barcellona, nuota con tempi migliori di quelli fatti registrare a 20. Poi, chiude male, malissimo, ad Atene 2004, a quasi 33 anni è il nuotatore più anziano, non riesce a centrare nessuna delle due finali, e sull'epoca morta e l'abdicazione non c'è più dubbio. I più scioccati furono gli avversari, Popov lasciò la scena sorridendo, ufficializzando l'addio a gennaio 2005.

La controparte malvagia di Popov/Myškin non è Gary Hall, ma Michael Phelps. Malvagia, insomma, riformulo: la controparte vanesia e ingorda di Popov è Phelps. Phelps è Parfën Rogožin che fa di tutto per avere Nastas'ja e poi la uccide. Phelps passerà alla storia per il cannibalismo pantagruelico delle sue vittorie, le 21 medaglie d'oro olimpiche scolpite nella pietra, le tre Olimpiadi consecutive che lo hanno incoronato re assoluto. Eppure, per me, Phelps ha ucciso il nuoto come Rogožin uccide Nastas'ja. 
Bizzarro, poi: a coltellate. 

Michael Phelps è Parfën Rogožin, ma questo ruolo, forse, spetta a tutta la schiera di nuovi nuotatori che, come facevano notare le vecchie glorie, non nuota, ma sta in palestra e poco in acqua. Da Ian Thorpe in poi abbiamo visto muscoli esplodere dalla linea del corpo, nulla a che vedere con l'eleganza di Sasha, il suo metro e 97 per 87 kg di corpo scolpito, una roba che ti fa effettivamente correre a battezzarti. I costumi tecnici, le cuffie di ultima generazione, sono tutte cose che Popov ha appena sfiorato, passando dagli slip al costume a metà coscia, mentre Thorpe era inguainato già come Cat Woman.
La nuotata di Popov viene ancora oggi considerata come il punto di riferimento tecnico nello stile libero. Se vogliamo parlare di eredità, quella di Aleksandr non è poca cosa. A Phelps/Rogožin le medaglie da record, a Popov/Myškin la nuotata dei campioni che verranno.

Io me lo ricordo, il principe zar Popov, pronto a entrare in piscina, dopo la coltellata, con quella lunga linea precisa che gli attraversava l'addome aperto dai medici e quella cicatrice a zig zag che brillava sul fianco. Milioni di altri ricorderanno il cannibale Michael Parfën Rogožin Phelps ma io, di mio, preferisco quelli in t-shirt e slip che abdicano dopo aver dato tutto e lasciato qualcosa anche agli altri. E non parlo degli avversari.