lunedì 28 novembre 2016

La Rivincita del XX secolo: il Maestro Bobby Fischer



Nel millennovecentennovantaddue Bobby Fischer decise di andare in quella che allora si chiamava Jugoslavia per giocare a scacchi contro o con Boris Spasskij per quella che amava definire “La rivincita del XX secolo”.
C'era l'embargo ONU verso lo stato balcanico, però, per cui le autorità statunitensi gli spedirono un bel documento ufficiale in cui lo invitavano a starsene a casa.

Poiché nessuno mette Bobby Fischer in un angolo, Bobby Fischer sputò pubblicamente sul documento e andò in Jugoslavia per giocare a scacchi contro o con Boris Spasskij.
Si dice che lui, Bobby Fischer, avesse l'Asperger. Sputare su un documento che limita le manifestazioni sportive e i movimenti di cittadini liberi è una forma d'autismo.

Gli Stati Uniti ebbero una reazione moderata contro il dissidente forse autistico sicuramente un po’ stronzo Fischer, come ci s'aspetta da una democrazia evoluta, no?, ovvio, non usano certo i metodi di dittatori tipo la neo bonanima di Fidel Castro, quindi gli USA, democraticamente, emisero un mandato d'arresto, democratico, contro Bobby Fischer, quello che aveva sputato su un foglio di carta durante una conferenza stampa.

Ça va sans dire, Bobby Fischer non tornò più nei democratici Stati Uniti e però lo arrestarono comunque, 12 anni dopo a Tokyo, per delle irregolarità sul passaporto. Venne rilasciato mesi più tardi grazie al governo islandese che gli concesse un passaporto in regola e ospitalità.

Boris Spasskij scrisse una lettera all'allora presidente americano, agosto del 2004, che ricorderete essere quel sottile intellettuale e sempre democratico George W Bush. Chiedeva la grazia, chiedeva la clemenza, chiedeva altrimenti di essere trattato esattamente come Bobby Fischer e d'essere messo in cella con lui.
Fischer, Spasskij e una scacchiera.
Quant'è Maestro e quant'è Woland, tutt'insieme, Bobby Fischer?

Quella grazia, quella clemenza, o quel pari trattamento per Spasskij, non arrivarono mai, e Bobby Fischer morì in Islanda se vogliamo esule, se vogliamo dissidente, se vogliamo perseguitato, se vogliamo non graziato.
Era il 2008.C'era ancora il delicato intellettuale texano.

Bobby Fischer in quell'anno che era il novantadue non giocava a scacchi in pubblico da vent'anni e mai più lo fece.

Per dovere di cronaca seppur a margine e alla fine chissenefrega, Bobby Fischer s'aggiudicò la rivincita del XX secolo contro Boris Spasskij.
Nella Jugoslavia in ginocchio a causa dell'embargo ONU.

Il Maestro non s'arrese. 
«I manoscritti non bruciano» ma puoi sputarci su.

mercoledì 2 novembre 2016

La Siberia eterna di Alex Schwazer

Raskol'nikov pensava d'esser una sorta d'eletto e che quindi ammazzare l'usuraia non era poi gran cosa, è giusto che gli eletti vadano avanti e i reietti periscano, no? Secondo Raskol'nikov sì e dunque pianifica e ammazza la vecchia per derubarla. Poi però, come sempre accade quando si è in un romanzo russo, eccoti l'imprevisto: la sorella buona della vecchia cattiva compare e vede tutto. Bisogna ammazzare anche lei e Raskol'nikov, che era eletto e nichilista e soprattutto morto di fame, l'ammazza. Raskol'nikov però non era nato assassino, dunque inizia a star male, partono i deliri, la febbre cerebrale, la solitudine del colpevole.


A redimere Raskol'nikov ci pensa Sonja, che di mestiere fa la puttana, santa e salvifica. Lo lava dall'ateismo e dal nichilismo, lo induce a pentirsi, costituirsi, scontar la pena. E arriva la Siberia, che affronteranno insieme.
C'è chi però ha la sua Siberia personale da anni ma pare che non basti. Non ci basta. Alex Schwazer, dopo la prima squalifica per doping, ammessa senza giri di parole, ha perso tutto. Ha lasciato l'Arma, sponsor spariti, Carolina Koster che non aveva molto in comune con Sonja più comprensibilmente vicina al si salvi chi può. S'è pagato gli allenamenti, le trasferte, ha fatto il cameriere, ha lavorato come tutti cercando di riprendere l'agonismo.

Ha pagato, insomma. Delitto e castigo.

Prima di Rio viene fuori una nuova positività ma Schwazer 'sto giro non molla e dice d'esser stato fregato. A leggere le varie ricostruzioni non è un'ipotesi così assurda.
Oggi Alex Schwazer ha 31 anni e deve guadagnarsi da vivere perché la sua carriera è finita. Ha avuto una bella idea: fare l'allenatore privato. Perché Alex Schwazer, lo ricordo agli sportivi part time, sa marciare da Dio.

E però Alex Schwazer purtroppo non ha capito di non essere in un romanzo russo dell'Ottocento, gli è toccata un'epoca di gogne, violenza verbale mai pesata ma devastante, dove ogni sbaglio diventa motivo di giudizio senza appello, un tribunale messo in piedi a colpi di tweet e like e commenti sotto link di testate giornalistiche che contano gli spiccioli ricavati dai click.

Alex Schwazer è più sfortunato di Raskol'nikov perché non vive in un'epoca giusta e equa.

Qualunque sia la pena, non basta mai. Schwazer non può guadagnarsi da vivere facendo ciò che ama. No. La sua Siberia è l'umiliazione costante ed eterna, "vai a pulire i cessi", "vai a scavare tra le macerie del terremoto senza chiedere nulla", e commenti simili.
Non è un'epoca gentile. Non ci sono Sonje e gentiluomini. È un'epoca di ferocia, di animi aizzati contro la preda facile.

Alex Schwazer non ha ammazzato nessuno. Eppure, a leggere gli istinti bassi dei giudici da social, pare quasi di sì. Condannare l'altro è lo sport che ci viene meglio da anni, ci sentiamo subito puliti, i peccati e le colpe son tutte altrui e si decide anche che no, non c'è espiazione o pena o castigo sufficienti ed è in un contesto così limitato che muore la democrazia, muore perfino Cristo, tutto quello che vi riempie la bocca in Chiesa.
Muore tutto.
Ma questo, s'è detto, non è un romanzo russo, ma la realtà. Noi, s'è detto, non siamo russi dell'Ottocento, siamo purtroppo gli italiani del Duemila.

Alex Schwazer ne tenga conto ogni volta che respira.