lunedì 29 maggio 2017

22 idioti che corrono dietro a una palla e le mutande altrui


Di tutte le passioni e/o perversioni umane, quella che mi affascina per la sua totale meschinità è l'attenzione e il controllo delle mutande altrui. Se il suddetto controllo si riferisce alla vita sessuale, camminiamo in un campo vecchio come il mondo. Ma troviamo anche moralizzatori di passioni in senso lato, passioni che però non dovrebbero essere giudicate perché, al pari di chi scopa chi e come, si tratta di mutande altrui e la morale comune non esiste tanto quanto.

Il calcio. Il giuoco del calcio. 

Possiamo cambiare nazione e cittadinanza, forma del naso e genere sessuale, la squadra del cuore ci resta addosso e si ha la sensazione che lei abbia scelto noi e mai il contrario. Non si cambia squadra, al massimo si abbandona in toto il tifo. A quanto pare, la passione per il calcio è ignorante. Non quell'idea (odiosa) dell'ignorante simpatico sdoganato da certi fenomeni social, però: ignorante nel senso di troglodita, cafona, adatta a subumani, che non fa pensare alle cose importanti che bisogna fare, cistalacrisileguerrelafameelemalattie.

La Revolución.

C'è da fare la rivoluzione e voi e noi, siete e siamo lì a guardare 22 idioti in pantaloncini che corrono appresso a una palla. E cosa ne poteva mai sapere di rivoluzioni Ernesto Che Guevara, che per due settimane allenò una squadra colombiana di campesinos e disperati e che fu orgoglioso di stringere la mano a Di Stéfano e non nascose mai il tifo per la squadra del Rosario Central. E ancor meno ne può sapere il Subcomandante Galeano fu Marcos di ciò che è importante fare e come agire (o almeno provare), che ancora nel 2013 in un comunicato scriveva "yo le voy a los Jaguares de Chiapas, en México, y al Internazionale de Milán, en Italia" (vi lascio comunicato intero originale e traduzione), concludeva con "Sí, ya sé que van a decir que el futbol es el opio de los pueblos y que por qué promuevo la enajenación, la incultura, bla, bla, bla, bla" e chiedeva "Sapete chi è Eduardo Galeano?"

La letteratura.

Quando non ti invitano a fare la rivoluzione, ti invitano a leggere. Perché se non sei uno scioperato che non si preoccupa delle sorti del mondo, sei comunque una capra da stadio. Quando il Sup chiede "sapete chi è Eduardo Galeano?" è consapevole della risposta e Galeano (Eduardo, non il Sup) sapeva cosa pensavano gli intellettuali o presunti tali, di sinistra o presunti tali, circa la sua passione per il futbol. Non ha mai smesso di tentare di far capire alle anime morte (spoiler: citazione letteraria impropria) che il calcio non è solo business e milioni, che il calcio non distrae: il calcio diverte, il calcio è di facile assimilazione, il calcio è poesia, il calcio è universale, lo capiscono tutti, senza caste e lingue. Ma le passioni non si possono spiegare ed è come la fede: o ce l'hai o non ce l'hai, e sempre Eduardo diceva "el fútbol es la única religión que no tiene ateos". E lui d'altra parte di letteratura cosa ne sa. E che il calcio è poesia ed è possibile metterlo in versi lo pensava pure Alfonso Gatto, foto di Rivera appesa nel suo studio, che di calcio e sport popolare (inteso come schiettamente appartenente al popolo e non solo come fenomeno noto) ha scritto continuamente e ha composto versi sulla malinconia del campionato quasi agli sgoccioli ("I pomeriggi si fanno lunghi/l’aria rabbrividita dagli ultimi freddi/è già luminosa e trasparente dopo le acquate di marzo/c’è una luce di dolce crepuscolo sul campionato").

Ancor meno ne sa Osvaldo Soriano, che ha praticamente scritto solo di calcio, decine di racconti in cui il futbol era protagonista, antagonista, sfondo, presenza, metafora, dolore, amore, e tutte cose di secondaria importanza tanto da non poter dedicare 90 dei nostri minuti settimanali ai suddetti idioti in pantaloncini. E potrei citare altri ignoranti subumani come Pasolini e Sartre, Camus e Salman Rushdie e Pratolini. Peggiore di tutti, incapace perfino di portarsi a casa un Nobel è Jorge Luis Borges, che ebbe l'ardire di affermare "Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio", quando questa storia del giuoco del calcio andrebbe fermata. Per la revolución e per la letteratura.

Pensavo a tutto questo, mentre leggevo alcuni commenti riferiti all'addio di Totti al calcio, commenti che spaziavano da "non è mica morto" al classico "tutto questo dispiacere per un milionario". Sorrido, perché accanto all'epica nostalgica fastidiosa dell'eroe, fedele capitano spesso solo davanti al dischetto, c'è pure la retorica pruriginosa di chi vuole insegnarti cos'è la passione, quale è giusta e quale non lo è, cosa conta e cosa no, cosa deve emozionarti e cosa è superfluo. Insomma, il moralizzatore che ci tiene a guardarti nelle mutande.

Prendiamo volentieri in considerazione le vostre lezioni di vita, però dovreste smetterla di guardare noi stronzi che guardiamo 22 idioti in pantaloncini. 

Avete la rivoluzione da fare e la letteratura da leggere.

domenica 21 maggio 2017

I divorati del grunge: non era una recita


Non era una recita.

Non ci son state teste maciullate né infilate nei forni a gas ché Sylvia Plath non l'ha ispirato fino a questo punto, e non ci son stati poco estetici sovradosaggi di droghe demodé né sangue sparso da una lametta.
E non ci sono "perché" da chiedere nei perché degli altri che se la vita non si giudica figurarsi la morte e però, però, Chris Cornell non pareva quel predestinato agnello sacrificale che avrebbe vinto tutte le battaglie e persa poi la guerra (dice il Dio di Saramago al Gesù ribelle) perché quel ruolo se lo era accaparrato Kurt Cobain e lo ha portato a termine, il suo compito. Il trono era occupato e il posto era preso, e comunque non ci sono perché da chiedere.

E se Andrew Wood era il padre del grunge e lo sapevano tutti, Andrew Wood non ha mai visto la faccia di suo figlio e s'è ammazzato pure lui, a ventiquattr'anni, s'è solo scelto una via più lunga, più distruttiva, meno pulita. La via di Sid Vicious e quella di Layne Staley, Layne che da almeno 8 anni, prima di crepare lo stesso giorno di Kurt Cobain (s'era nel 2002) e essere trovato 2 settimane dopo, reggeva l'anima coi denti e aspettava solo che arrivasse l'ora di andare a dormire e di aver pace.
Ammazzato da quel figlio bastardo e immondo concepito per caso e per caos da Andrew Wood, che sembrava aver dato voce a chi non riusciva più a reggere e invece il tributo per quelle Parole e quella Voce si conta in vite restituite.
E Andrew non ne ha potuto veder la smorfia infame che non dava speranze e non voleva dare una versione edulcorata d'una realtà che a ogni latitudine ti vendeva un pezzetto di morte sfusa e polverizzata. Era questa la soluzione: addormentare, che respirar così ti pesa.

E però gli anni passano e il grunge s'è detto che a un certo punto è morto, è morto quando Kurt Cobain o chi per lui ha lasciato che l'ossessione per la morte prendesse il posto sul trono, dando quello che ci s'aspettava, la fine del romanzo senza possibilità di riprese postume. Ma i figli del grunge di padre morto erano troppi e tutti, tutti, avevano ancora qualcosa da dire e tutti, tutti, s'erano attorcigliati attorno a qualcosa che non dava spazio neanche allo sperar la speranza. Non ti manca forse il padre se non lo hai conosciuto mai e però questi figli, questi figli rimasti, erano affidati alla corrente di un movimento che era nato per morire in fretta eppure è rimasto, se non nei dischi almeno nello stomaco dei sopravvissuti che non stanno sopravvivendo più.

Uno ad uno si stanno alzando dal tavolo e senza salutare in una manciata di minuti smettono di esser figli abbandonati al ghigno diabolico del movimento orfano che evidentemente morir non vuole e si nutre di chi resta ma pochi, pochi ne son rimasti, e quindi avrà ancor poco da fagocitare. Stritolati in una morsa d'autodistruzione che può essere quasi autodeterminazione, voglia di non farsi divorare del tutto ma il risultato è sempre lo stesso: non resta quasi nessuno.

Chris Cornell non aveva bisogno della leggenda per essere riconosciuto come talento perché era dai tempi di Ultramegaok che s'era capito come e quanto Cornell fosse in grado di cantare e, come lui, solo Eddie Vedder. Chris Cornell ha passato la vita a raccogliere amici morti e dopo Andrew Wood, Kurt Cobain, Jeff Buckley (è per lui "Wave Goodbye" da Euphoria Morning"), Layne Staley e Scott Weiland probabilmente pure Chris Cornell s'è stancato di raccogliere e ha preferito esser raccolto.

A raccoglierlo c'è Eddie Vedder che ha sempre sorriso poco e ha sempre avuto quella ruga in mezzo alla fronte profonda come una caverna, mentre Chris Cornell è parso ragazzetto pure la sera prima di appendersi in un bagno d'albergo segnando i 52 sulla carta d'identità. Bello, il più bello di tutti, dicevamo da ragazzine, era bello e era bravo, si diceva mentre si sceglieva quello che secondo noi era il leader di questo movimento maledetto che mai sazio e mai domo e sempre zitto come una dose extra di benzodiazepine continua a mangiarsi i suoi figli al pari d'un Crono, a far mito nel mito.

Muoiono consapevoli divorati dentro o per non farsi divorare ma il concetto resta che loro non restano e noi si sta qui attoniti a maledire quel suono urlato che non dava pace né speranza né voglia di vivere ma ci ha permesso di dirlo al mondo, che si viveva male ovunque.
Il mondo non ha ascoltato, la festa è finita presto, ci si mette l'anima sulle spalle e fino al prossimo pasto il grunge se ne starà tranquillo. Si spera. Quelli da divorare son quasi finiti, quasi, restiamo solo noi a guardare un mondo sempre meno bello e a riprendere i cd, e perfino le cassette che non possiamo più ascoltare ché non s'ha più lo stereo giusto. 

Restiamo qua a guardare i divorati del grunge che non ha misericordia di nessuno e continua a ghignare senza sosta e ad avviluppare chi prova a rialzare la testa e a non restare impigliato nell'ombra di un concetto che fu e mai più sarà. Stanno vincendo le battaglie ogni volta che arriva un compleanno ma il grunge è agonia e perderanno la guerra. 
È questo quello che m'ha insegnato il grunge attraverso i figli che divora.
                                       
Non era una recita, se pure Chris non c'è più.

martedì 4 aprile 2017

Un centro con le vite intorno

San Pietroburgo: la prima pietra che s'era in primavera e son passati appena 314 anni, una città giovinetta, un bocciolo, verdissima ancora, un'idea, il sogno di un pazzo, d'uno che non si staccava dalla tirannia perché le teste sulle picche fan sempre effetto eppure tutto quel dominio che aveva, a lui, non gli bastava mica, a Pietro. Se la sgattaiola in Europa e torna sapendo cosa vuole, lui che alto com'era e moderno com'era veniva visto come l'Anticristo che, ortodossi o meno, serve sempre. C'è un romanzo non finito che parla di lui, omonimo proprio, "Pietro il Grande", scritto da un Tolstoj minore, Aleksej. Un po' a verità e un po' no, ci racconta perché è nata San Pietroburgo, che ha cambiato un po' di nomi ma sempre quella è, da 314 anni.

La narrano costruita letteralmente sui morti, Piter, quelli mandati ai lavori forzati per mettere in piedi in fretta e bene la città-sogno dello Zar, sulle ossa dei deportati, sulla carne degli affamati. E, a memoria, non ricordo una città che sia stata protagonista letteraria tanto quanto Lei. Non Roma, non la Nuova Roma, non Venezia, neanche Londra e Parigi, sempre a far da sfondo, loro, ad enfatizzare sfarzo e miseria, a caratterizzare e non a inglobare, mangiare, ingoiare i personaggi. Vite a prescindere, applicabili ovunque, adattabili ovunque, esistenze comunque.

Quelle di San Pietroburgo, invece, no.

Perché se leggi i russi, San Pietroburgo c'è sempre e non ti spieghi, non sai come sia possibile, che sia esistita una qualsivoglia letteratura russa prima di quella prima pietra di Pietro Primo. Prima di Puskin e di Gogol', di Dostoevskij e di Brodskij, tre su quattro non pietroburghesi e uno tecnicamente di Leningrado, a dirla tutta.

Le notti bianche e la casa di Raskol'nikov, il naso e il cappotto, il Cavaliere di Bronzo e Eugenio, gli appunti di un perseguitato e il cercar di capire chi sia stato il primo a comprendere che Pietroburgo non è uno sfondo, Pietroburgo è protagonista e Prospettiva, è la Storia che si sottomette a Lei e non il contrario, è tutto subordinato a Lei, è un centro con le vite intorno, San Pietroburgo.

E lo era anche ieri, quando hanno pensato che si potessero far saltare in aria persone in una fermata metro chiamata Sennaja Ploščad', zona che Rodion ben conosceva. Così avvezzi ormai da continuare a discutere di altro mentre cappotti insanguinati e persone stese a terra ci passavano davanti. Senza pensare che una bomba a 20 centimetri ti sventra, non resta manco la carne da seppellire.

San Pietroburgo ha subito 300 alluvioni, quasi una per ogni anno trascorso dalla sua alba; un assedio di guerra inutile, quand'era già Leningrado, 900 giorni, più d'un milione di morti, una città che tirava su solo i cadaveri e le barricate, e Piter/Pietrogrado/Pietroburgo/Leningrado/San Pietroburgo è sempre là, protagonista mai sottomessa a nessuna Storia, non incline a subire destini che non le competono e invece ben decisa a segnarne altri, letterari e meno letterari.

E così Iosif Broskij, che a Leningrado è nato e da Leningrado è scappato, perseguitato ("se c'è un motivo d'orgoglio nel mio passato, è d'esser stato detenuto e non soldato") e poeta, poeta che "si mette nei guai non tanto per le sue idee politiche quanto per la sua superiorità linguistica e, implicitamente, psicologica" di Pietroburgo/Leningrado scriveva:
L'anno scolastico termina generalmente con la fine di maggio, quando le Notti Bianche arrivano in questa città per restarvi per tutto il mese di giugno. Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d'ore - è un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada, e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti orlati d'oro, prendono l'aspetto di un delicato servizio di porcellana. C'è intorno una tale quiete che si può udire il tintinnare di un cucchiaino che cade in Finlandia. Il rosa trasparente del cielo è così tenue che l'acquerello cilestrino del fiume quasi non riesce a rifletterlo. E i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c'è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l'acqua.
(Iosif Brodskij, "Fuga da Bisanzio", traduzione Gilberto Forti, Adelphi, 2016)
 "Ogni sogno sarà inferiore a questa realtà": quella realtà sognata e voluta dal Cavaliere di Bronzo 314 anni fa.

lunedì 20 febbraio 2017

"It's better to burn out than to fade away": Kurt Cobain e le storie che vanno come devono andare

"It's better to burn out than to fade away" lo trovavi scritto nei cessi e nei diari, sui muri degli oratori e sugli Invicta mezzi mangiati dal cane. Una tragedia generazionale per una generazione che non aveva altre tragedie perché le guerre erano di nicchia pure se vicine, perché di eroi ce n'erano pochi, perché l'epoca degli anni '80 spensierati era finita, perché Freddie Mercury era già morto e c'era un vuoto da colmare, in quel decennio fatto di culi sodissimi e sani, di aerobica e macrobiotico, di AIDS e eroina a pioggia.
In quel vuoto, in quello spazio, s'era seduto Kurt Cobain, non si capisce ancora quanto inconsapevolmente e quanto furbescamente, pronto o costretto a raccogliere l'eredità di "simbolo di qualcosa" nel decennio dell'iconoclastia pura.
Tutta l'aura romantica che circonda Kurt Cobain, il continuo definirlo "angelo" come se fosse un complimento, l'appioppargli un vergineo candore che lo mostra più come un idiota vero che un ingenuo alla principe Myškin, imperversa da ben prima dell'8 aprile 1994.

"I hate myself and I want to die" era il titolo provvisorio di In Utero, uscito una manciata di mesi prima che lo ritrovassero con la testa maciullata e nessuno si stupì per quella testa bucata da una fucilata. Sembrava il normale e ovvio epilogo di una storia che aveva seguito tutto quello che il termine più amato dell'epoca racchiude: alienazione. Così si diceva di Cobain, "alienato", figlio di genitori divorziati, marito della seconda vedova più odiata nella storia della musica, colei che fu "rifiutata dal Mickey Mouse Club e ex spogliarellista al Jumbo's Clown Room", tanto per seguire l'indicazione biografica della diretta interessata, padre di una venticinquenne in lotta perenne con lo shampoo e che ha già fatto visita svariate volte a un chirurgo plastico. E che candidamente dice "non mi piacciono i Nirvana".

Che brutta fine, Kurt Cobain, nel giorno del suo mai festeggiato cinquantesimo compleanno in cui viene tirato per la giacchetta di flanella da tutti, perché il vuoto permane, e meglio un morto del Club 27 che un vivo da classifica. Non mi sento di biasimare nessuno. In questo processo continuo all'animo candido del suicida, questo Werther che s'ammazza per protesta perché il mondo del music business è sporco e cattivo e lascia un'epistola dolorante e dolorosa pure lui, s'inserisce la versione "lo ha fatto ammazzare Courtney Love" e nella schizofrenia del trono vuoto da occupare entrambe le teorie sono valide, convivono, vengono espresse dalla medesima persona senza un dubbio, uno sguardo furtivo alla coerenza.

Ha inventato un genere o forse no, era un ragazzo disturbato o forse no, era troppo puro o forse no, era un gran paraculo o forse no, era drogato questo sì e forse 10 anni di eroina l'equilibrio un po' l'erodono. Ma non faccio il medico e non lo so, so che forse dopo 23 anni dalla morte possiamo pacificamente affermare che se vuoi fare musica senza farti conoscere in giro per il globo, puoi continuare con la Sub Pop e non firmare con la Geffen.  La sua, quella di Cobain, è stata essenzialmente una storia sfigata, che doveva necessariamente finire com'è finita, era quello il lieto fine.

Riempire il vuoto, far accomodare un re, avere un'icona per battere l'iconoclastia, avere un santino nel portafogli, morto per mano sua o meno, serviva più da morto che da vivo e onestamente fatico a vederlo farsi un selfie con sua moglie e Taylor Swift quindi quasi quasi che culo che ha avuto. O magari no, sarebbe stato contento di farsi un selfie con Taylor Swift. Perché fondamentalmente Kurt Cobain non era stupido e come tutti sapeva mentire e se ti mettono addosso il mantello da super eroe un bel giorno apri la finestra e provi a volare. Poi ti raccolgono col cucchiaino.

Questo incessante scavare nella vita dell'Artista è un processo che ho sempre trovato ridicolo perché John Lennon diceva a Paul McCartney "ci mettiamo giù a scrivere i soldi per una nuova piscina?" e mica valgono meno, Hey Jude e Revolution. E quindi se Cobain fosse stato uno stronzo bugiardo, una maschera, una rappresentazione di quello che serviva, il culo giusto da mettere sul trono vuoto, ammazzato da una dipendenza o una moglie tradotti in fucilata, cosa cambia? Bruciamo i Caravaggio perché era un assassino?

Ci sono storie che vanno come devono andare, quella di Cobain era la più pura rappresentazione della predestinazione, nichilisticamente cercata e a cui sarebbe comunque arrivato: "It's better to burn out than to fade away", scritto nei cessi, nei diari, negli oratori, sugli zaini. Courtney Love è stata più furba e nel '98 in "Reasons to be beautiful" diceva "It's better to rise than fade away", chiedendo perdono "per tutto il suo dolore" in Best Sunday Dress.
Ma lei non era destinata ad occupare troni vacanti e spazi vuoti.

Un compleanno numero 50 che chiude un cerchio: è andata come doveva andare, la strada per l'inferno è lastricata di belle canzoni.

mercoledì 4 gennaio 2017

Ombre di tenera furia e zapatismo letterario

Nosotros somos sombras de tierna furia, nuestro paso cubrirá otra vez el cielo.
Noi siamo ombre di tenera furia e il nostro passo coprirà il cielo, diceva il (fu) Subcomandante Insurgente Marcos  in un comunicato del 15 marzo 1994. Erano passati 74 giorni da quel levantamiento, dalla rivolta fatta di fucili di legno e la disperazione di un popolo che "nella notte lunga 500 anni" continuava a non esser visto, a non esistere.
Il passamontagna a coprire il viso, coprirsi il viso per essere visti, nati nella notte e destinati a morirci e però la luce arriverà, dice Marcos, per tutti quelli che oggi piangono di notte, per quelli cui il giorno viene negato e per i quali la morte è un regalo. La Quarta Dichiarazione della Selva Lacandona, 1° gennaio 1996, un'opera letteraria e un manifesto politico che vale un romanzo.

Un'invenzione, Marcos, El Sup è un tranello nato dall'astuta intelligenza indios. "Un meticcio tra gli indigeni", gli dicono, "t'ascolteranno". E così fu. Marcos lo spiega in quei giorni di maggio del 2014 quando, per onorare il compagno Galeano, ne prende il nome.
Marcos è morto, viva Galeano, ma Marcos non esisteva e non può morire. Todos somos Marcos, si scandiva, nel romantico pensiero di redenzione per gli oppressi, gli ultimi. L'EZLN compie 34 anni, 23 sono passati da quando questo giovane col passamontagna, dizione impeccabile, figura slanciata e sguardo sarcastico diceva "scusate il disturbo, questa è una rivoluzione".

Chi ha seguito il percorso mediatico da rockstar di Marcos, corteggiato da una sinistra europea che, negli anni '90, ha imboccato un declino oggi evidente, ha perso le tracce del Sup più o meno nel 2001, anno del G8 di Genova, delle contestazioni, dell'entrata trionfale dell'EZLN a Città del Messico, con centomila messicani ad acclamare chi aveva ancora il coraggio di avere un sogno. Di quei giorni, restano interviste meravigliose ad un Marcos divertito e leggermente imbarazzato, già noto per un talento letterario che rendeva, e rende, i comunicati zapatisti dei veri e propri racconti, delle perle. Nulla da spartire con i toni da terrore dell'ETA, tanto che resta un duro carteggio tra le due organizzazioni, e il portavoce zapatista è irremovibile nella posizione di non ricorrere al terrorismo per la causa indigena.

Gli indigeni non hanno mai puntato ad una separazione, ma ad un'indipendenza che permetta di rispettare e non dimenticare lingue, costumi, culture, abitudini di chi il Messico lo abitava ben prima dell'arrivo europeo. Sono messicani, vogliono far parte del loro paese. A chi chiedeva "cos'è l'Ezln?", Marcos rispondeva "siamo un esercito ma anche un movimento popolare, ognuno porta la sua cultura, il suo umorismo, la sua esperienza". L'EZLN non ha un credo religioso, ha un solo orientamento: la lotta al neoliberismo. Popolare come il calcio e sono tanti i riferimenti al futbol moderno e vintage, all'Inter morattiana e ai Giaguari del Chiapas, fino alla squadra più vincente e odiata del Messico, l'América, il cui motto della curva è "Ódiame más".

Marcos ha creato, nel tempo, personaggi letterari che spiegassero cosa pensa e come agisce il movimento di cui lui era solo un portavoce, uno dei comandanti che parlava a nome di migliaia. Don Durito e il vecchio Antonio, un romanzo a quattro mani con Paco Taibo II, l'ammirazione di due nobel, Octavio Paz (non esattamente di sinistra) e Josè Saramago. A quest'ultimo toccherà l'ira di una insurgente profondamente devota che replicherà punto per punto al suo "Vangelo secondo Gesù Cristo", con grande divertimento del Sup che riporta l'aneddoto.

Quello che per le autorità messicane è un ex professore di filosofia, oggi quasi sessantenne, dunque, non esiste. Mentre sua sorella, se di Rafael Sebastian Guillen Vicente davvero si tratta, ricopre una carica nel governo di Peña Nieto. Fu proprio la ministra che dieci anni fa cercò di dichiarare ufficialmente la morte presunta di Marcos e il guerrigliero, per tutta risposta, emise un esilarante comunicato zeppo di riferimenti attuali, nel suo stile più noto. Per dire: sono io e sono vivo. L'anno scorso Rafael Vicente ha smesso di essere un ricercato, sono prescritte tutte le accuse. Lapidario Galeano: "finalmente il tampiqueño è libero e prescrivetemi stocazzo".

Un'invenzione letteraria, il Sup, che a sua volta crea letteratura, ma se Marcos e Galeano sono uno strumento a uso e consumo della causa, sono invece noti i progressi che l'organizzazione ha portato al Chiapas. Ospedali, scuole, lavoro, una voce per i muti. Il fiore della parola non muore, per gli zapatisti, muore chi la pronuncia, quel viso coperto dal passamontagna può sparire, ma la parola è stata seminata, germoglia. Resta.

"Casa, terra, lavoro, pane, salute, istruzione, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace", scandisce el Sup, queste le esigenze degli indios, e non solo. Sempre aperti e sempre pronti alle discussioni utili, in procinto di candidare una donna indigena alla presidenza messicana, attirandosi critiche cui rispondono nel merito, gli zapatisti continuano ad esistere, a mutare modalità di lotta ma non il fine. Terminati da un pezzo i tempi che vedevano Marcos col mitra in mano, terminata anche l'epoca del Marcos sex symbol. Invecchiato, ingrassato ("gordito ma bonito", rispose anni fa quando lesse delle ironie sull'evidente trippa che aveva messo su) ma vigile e sarcastico, pronto a lasciare il testimone alle nuove leve indigene che non erano ancora nate nel 1994.

"Il mio supposto talento letterario ha creato questo mito romantico dell'uomo bianco tra gli indigeni" dice Marcos a Julio Scherer, in un'intervista del 2001, alle 3 del mattino. Il giornalista insiste, cerca di fargli riconoscere il suo carisma, Marcos ride, ancora giovane, esausto da quel tour, ma soddisfatto di sé e dell'Ezln. "C'è un vuoto, io come portavoce del movimento sono qui per riempirlo" ed è così che il Sup spiega il suo successo personale.

Poesie, lettere, comunicati, romanzi, racconti e anche un'opera erotica, uscita in edizione limitata non esattamente a buon prezzo per lenire due mali degli zapatisti, a detta del Sup: la penuria di soldi per i progetti e l'onanismo necessariamente dilagante nelle truppe relegate nella selva. "Noche de fuego y de desvelo", Elìas che scrive lettere appassionate a Magdalena, in cui cerca di trovare il modo di incastrare i loro mondi, tra geografie e chilometri, con scarsi risultati. E in tutta quella letteratura e poesia, Elìas ad un certo punto ammette: "Magdalena, vorrei solo dirti che mi piaci e vorrei avvicinarmi a te". Quello che Marcos/Elìas chiedeva a Magdalena era di incontrarsi per perdersi insieme, la pelle che parla alla pelle, il desiderio che zittisce le parole.

E se è vero, com'è vero, che il Subcomandante è un'invenzione letteraria, l'opera zapatista e il "flor della palabra" rivoluzionaria passano alla Storia come le "ombre di tenera furia" che sono. E resteranno. Nella notte lunga 500 anni in cui muoiono gli indios.


(Tutti i comunicati dell'EZLN sono disponibili sul sito Enlace Zapatista, molti dei quali tradotti in più lingue)