lunedì 29 maggio 2017

22 idioti che corrono dietro a una palla e le mutande altrui


Di tutte le passioni e/o perversioni umane, quella che mi affascina per la sua totale meschinità è l'attenzione e il controllo delle mutande altrui. Se il suddetto controllo si riferisce alla vita sessuale, camminiamo in un campo vecchio come il mondo. Ma troviamo anche moralizzatori di passioni in senso lato, passioni che però non dovrebbero essere giudicate perché, al pari di chi scopa chi e come, si tratta di mutande altrui e la morale comune non esiste tanto quanto.

Il calcio. Il giuoco del calcio. 

Possiamo cambiare nazione e cittadinanza, forma del naso e genere sessuale, la squadra del cuore ci resta addosso e si ha la sensazione che lei abbia scelto noi e mai il contrario. Non si cambia squadra, al massimo si abbandona in toto il tifo. A quanto pare, la passione per il calcio è ignorante. Non quell'idea (odiosa) dell'ignorante simpatico sdoganato da certi fenomeni social, però: ignorante nel senso di troglodita, cafona, adatta a subumani, che non fa pensare alle cose importanti che bisogna fare, cistalacrisileguerrelafameelemalattie.

La Revolución.

C'è da fare la rivoluzione e voi e noi, siete e siamo lì a guardare 22 idioti in pantaloncini che corrono appresso a una palla. E cosa ne poteva mai sapere di rivoluzioni Ernesto Che Guevara, che per due settimane allenò una squadra colombiana di campesinos e disperati e che fu orgoglioso di stringere la mano a Di Stéfano e non nascose mai il tifo per la squadra del Rosario Central. E ancor meno ne può sapere il Subcomandante Galeano fu Marcos di ciò che è importante fare e come agire (o almeno provare), che ancora nel 2013 in un comunicato scriveva "yo le voy a los Jaguares de Chiapas, en México, y al Internazionale de Milán, en Italia" (vi lascio comunicato intero originale e traduzione), concludeva con "Sí, ya sé que van a decir que el futbol es el opio de los pueblos y que por qué promuevo la enajenación, la incultura, bla, bla, bla, bla" e chiedeva "Sapete chi è Eduardo Galeano?"

La letteratura.

Quando non ti invitano a fare la rivoluzione, ti invitano a leggere. Perché se non sei uno scioperato che non si preoccupa delle sorti del mondo, sei comunque una capra da stadio. Quando il Sup chiede "sapete chi è Eduardo Galeano?" è consapevole della risposta e Galeano (Eduardo, non il Sup) sapeva cosa pensavano gli intellettuali o presunti tali, di sinistra o presunti tali, circa la sua passione per il futbol. Non ha mai smesso di tentare di far capire alle anime morte (spoiler: citazione letteraria impropria) che il calcio non è solo business e milioni, che il calcio non distrae: il calcio diverte, il calcio è di facile assimilazione, il calcio è poesia, il calcio è universale, lo capiscono tutti, senza caste e lingue. Ma le passioni non si possono spiegare ed è come la fede: o ce l'hai o non ce l'hai, e sempre Eduardo diceva "el fútbol es la única religión que no tiene ateos". E lui d'altra parte di letteratura cosa ne sa. E che il calcio è poesia ed è possibile metterlo in versi lo pensava pure Alfonso Gatto, foto di Rivera appesa nel suo studio, che di calcio e sport popolare (inteso come schiettamente appartenente al popolo e non solo come fenomeno noto) ha scritto continuamente e ha composto versi sulla malinconia del campionato quasi agli sgoccioli ("I pomeriggi si fanno lunghi/l’aria rabbrividita dagli ultimi freddi/è già luminosa e trasparente dopo le acquate di marzo/c’è una luce di dolce crepuscolo sul campionato").

Ancor meno ne sa Osvaldo Soriano, che ha praticamente scritto solo di calcio, decine di racconti in cui il futbol era protagonista, antagonista, sfondo, presenza, metafora, dolore, amore, e tutte cose di secondaria importanza tanto da non poter dedicare 90 dei nostri minuti settimanali ai suddetti idioti in pantaloncini. E potrei citare altri ignoranti subumani come Pasolini e Sartre, Camus e Salman Rushdie e Pratolini. Peggiore di tutti, incapace perfino di portarsi a casa un Nobel è Jorge Luis Borges, che ebbe l'ardire di affermare "Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio", quando questa storia del giuoco del calcio andrebbe fermata. Per la revolución e per la letteratura.

Pensavo a tutto questo, mentre leggevo alcuni commenti riferiti all'addio di Totti al calcio, commenti che spaziavano da "non è mica morto" al classico "tutto questo dispiacere per un milionario". Sorrido, perché accanto all'epica nostalgica fastidiosa dell'eroe, fedele capitano spesso solo davanti al dischetto, c'è pure la retorica pruriginosa di chi vuole insegnarti cos'è la passione, quale è giusta e quale non lo è, cosa conta e cosa no, cosa deve emozionarti e cosa è superfluo. Insomma, il moralizzatore che ci tiene a guardarti nelle mutande.

Prendiamo volentieri in considerazione le vostre lezioni di vita, però dovreste smetterla di guardare noi stronzi che guardiamo 22 idioti in pantaloncini. 

Avete la rivoluzione da fare e la letteratura da leggere.

domenica 21 maggio 2017

I divorati del grunge: non era una recita


Non era una recita.

Non ci son state teste maciullate né infilate nei forni a gas ché Sylvia Plath non l'ha ispirato fino a questo punto, e non ci son stati poco estetici sovradosaggi di droghe demodé né sangue sparso da una lametta.
E non ci sono "perché" da chiedere nei perché degli altri che se la vita non si giudica figurarsi la morte e però, però, Chris Cornell non pareva quel predestinato agnello sacrificale che avrebbe vinto tutte le battaglie e persa poi la guerra (dice il Dio di Saramago al Gesù ribelle) perché quel ruolo se lo era accaparrato Kurt Cobain e lo ha portato a termine, il suo compito. Il trono era occupato e il posto era preso, e comunque non ci sono perché da chiedere.

E se Andrew Wood era il padre del grunge e lo sapevano tutti, Andrew Wood non ha mai visto la faccia di suo figlio e s'è ammazzato pure lui, a ventiquattr'anni, s'è solo scelto una via più lunga, più distruttiva, meno pulita. La via di Sid Vicious e quella di Layne Staley, Layne che da almeno 8 anni, prima di crepare lo stesso giorno di Kurt Cobain (s'era nel 2002) e essere trovato 2 settimane dopo, reggeva l'anima coi denti e aspettava solo che arrivasse l'ora di andare a dormire e di aver pace.
Ammazzato da quel figlio bastardo e immondo concepito per caso e per caos da Andrew Wood, che sembrava aver dato voce a chi non riusciva più a reggere e invece il tributo per quelle Parole e quella Voce si conta in vite restituite.
E Andrew non ne ha potuto veder la smorfia infame che non dava speranze e non voleva dare una versione edulcorata d'una realtà che a ogni latitudine ti vendeva un pezzetto di morte sfusa e polverizzata. Era questa la soluzione: addormentare, che respirar così ti pesa.

E però gli anni passano e il grunge s'è detto che a un certo punto è morto, è morto quando Kurt Cobain o chi per lui ha lasciato che l'ossessione per la morte prendesse il posto sul trono, dando quello che ci s'aspettava, la fine del romanzo senza possibilità di riprese postume. Ma i figli del grunge di padre morto erano troppi e tutti, tutti, avevano ancora qualcosa da dire e tutti, tutti, s'erano attorcigliati attorno a qualcosa che non dava spazio neanche allo sperar la speranza. Non ti manca forse il padre se non lo hai conosciuto mai e però questi figli, questi figli rimasti, erano affidati alla corrente di un movimento che era nato per morire in fretta eppure è rimasto, se non nei dischi almeno nello stomaco dei sopravvissuti che non stanno sopravvivendo più.

Uno ad uno si stanno alzando dal tavolo e senza salutare in una manciata di minuti smettono di esser figli abbandonati al ghigno diabolico del movimento orfano che evidentemente morir non vuole e si nutre di chi resta ma pochi, pochi ne son rimasti, e quindi avrà ancor poco da fagocitare. Stritolati in una morsa d'autodistruzione che può essere quasi autodeterminazione, voglia di non farsi divorare del tutto ma il risultato è sempre lo stesso: non resta quasi nessuno.

Chris Cornell non aveva bisogno della leggenda per essere riconosciuto come talento perché era dai tempi di Ultramegaok che s'era capito come e quanto Cornell fosse in grado di cantare e, come lui, solo Eddie Vedder. Chris Cornell ha passato la vita a raccogliere amici morti e dopo Andrew Wood, Kurt Cobain, Jeff Buckley (è per lui "Wave Goodbye" da Euphoria Morning"), Layne Staley e Scott Weiland probabilmente pure Chris Cornell s'è stancato di raccogliere e ha preferito esser raccolto.

A raccoglierlo c'è Eddie Vedder che ha sempre sorriso poco e ha sempre avuto quella ruga in mezzo alla fronte profonda come una caverna, mentre Chris Cornell è parso ragazzetto pure la sera prima di appendersi in un bagno d'albergo segnando i 52 sulla carta d'identità. Bello, il più bello di tutti, dicevamo da ragazzine, era bello e era bravo, si diceva mentre si sceglieva quello che secondo noi era il leader di questo movimento maledetto che mai sazio e mai domo e sempre zitto come una dose extra di benzodiazepine continua a mangiarsi i suoi figli al pari d'un Crono, a far mito nel mito.

Muoiono consapevoli divorati dentro o per non farsi divorare ma il concetto resta che loro non restano e noi si sta qui attoniti a maledire quel suono urlato che non dava pace né speranza né voglia di vivere ma ci ha permesso di dirlo al mondo, che si viveva male ovunque.
Il mondo non ha ascoltato, la festa è finita presto, ci si mette l'anima sulle spalle e fino al prossimo pasto il grunge se ne starà tranquillo. Si spera. Quelli da divorare son quasi finiti, quasi, restiamo solo noi a guardare un mondo sempre meno bello e a riprendere i cd, e perfino le cassette che non possiamo più ascoltare ché non s'ha più lo stereo giusto. 

Restiamo qua a guardare i divorati del grunge che non ha misericordia di nessuno e continua a ghignare senza sosta e ad avviluppare chi prova a rialzare la testa e a non restare impigliato nell'ombra di un concetto che fu e mai più sarà. Stanno vincendo le battaglie ogni volta che arriva un compleanno ma il grunge è agonia e perderanno la guerra. 
È questo quello che m'ha insegnato il grunge attraverso i figli che divora.
                                       
Non era una recita, se pure Chris non c'è più.